La busta arancione – Mario Soldati


“Tu, di fronte a me, sei uno zero!”

La busta arancione – Mario Soldati
Arnoldo Mondadori Editore
1° Edizione 1966
“Voleva spiare sul mio volto le tracce, o leggere nel mio sguardo la confessione, dei peccati da me commessi e che tanto la facevano soffrire: in realtà, credeva che la facessero soffrire come peccati, era come tradimenti che la facevano soffrire. E non tanto la prontezza del gesto con cui aveva strappato il foulard, quanto la strenua persistenza di questa volontà d’indagare gelosa mi rassicurava che non fossimo affatto alla fine.”
pagg.177\178
“Salvo la permanente sempre in ordine, un po’ di rossetto, e qualche camicetta di seta, Pierina
era identica all’anno prima: ma per me adesso, era come una divinità che veneravo segretamente.
Non passavo mai davanti al terrazzino senza che mi battesse il cuore. Coglievo ogni pretesto,
uscivo varie volte al giorno, per poterla vedere, per salutarla, perché lei rispondesse al mio saluto:
ma non osavo salutarla sempre, e cioè a troppo breve distanza di un tempo una volta dall’altra:
e così mi capitava di contentarmi di passare sotto il terrazzino e di levare lo sguardo quanto bastava
per vedere le sue gambe, che erano grosse ma fatte benissimo:
con i polpacci potenti, e le caviglie sottili. Quelle gambe, intraviste tra le foglie del glicine,
e sempre, nonostante il calore estivo, ben inguainate e ben modellate dalla seta delle calze,
con le scarpette nere, lucide, dal tacco a punta, restano ancora tra le memorie più care
e più disperate della mia vita.
Perché ho scritto “disperate”? Dio solo sa se, più tardi, e specialmente dopo la morte di mia
madre, mi sono rifatto! Ma no, non so… Sento vagamente che quella visione era colma di
una voluttà misteriosa e suprema, piena di un desiderio che, forse, negli anni successivi, non ho
provato, mai più. con tanta violenza. E la ragione potrebbe essere questa:
che dopo di allora. forse, non mi sono sentito, mai più, così lontano
dalla possibilità di una soddisfazione!
Desiderare e sapere positivamente che il desiderio non sarà esaudito:
era la crudeltà stessa di questa contraddizione a trasformare le gambe di Pierina
in qualche cosa di sublime: un immagine, per me, al tempo stesso naturalissima e
sovrannaturale.”
pagg.48\49
“…è come se io non esistessi…!”


Mario Soldati e la Letteratura

“Credo che nei miei libri ci sia sempre una certa allegria. Anche quando sono tristi, mentre li leggi, non te ne accorgi. Mi torna in mente un’espressione che Giacomo Debenedetti usò per il mio romanzo La busta arancione. Chi lo trova triste, chi tragico. Lui mi disse: «Non importa. Quel che conta è che a un certo momento tu fai sentire quella tua marcia ungherese». La frase mi colpì e domandai a Massimo Mila: c’è un genere musicale a sé chiamato marcia ungherese? Mi disse che è un unicum, inventato da Berlioz nella Dannazione di Faust. […] Un pezzo di musica esaltante,dove c’è un po’ di tutto: pennacchi, tamburi, girandole, farandole, speroni; e va avanti, ed è sempre una marcia con tante variazioni, credo che un po’ in tutte le cose che scrivo ci sia questa marcia ungherese”.

Soldati a Nello Ajello, «La Repubblica», 29 novembre 1985

“Nei miei romanzi c’è sempre dell’autobiografia. La mia opera più fantastica è Lo smeraldo, eppure proprio in essa che dovrebbe essere la meno autobiografica, esistono dei passi che appartengono alla mia vita: i figli, il messaggio telepatico che riguarda la morte della mia prima moglie. Insomma, pur essendo inventato, Lo smeraldo è uno dei più vissuti dei miei romanzi”.

Soldati ad Anna Maria Rotoli, 5 aprile 1978 (in Soldati, a cura di Massimo Grillandi, 1979)

Le opere letterarie

* La madre di Giuda (tragedia in un atto, in versi), 1923;
* Pilato (tragedia in tre atti), Torino, Sei, 1925;
* Catalogo della galleria d’arte moderna del museo civico di Torino 1927;
* Salmace (sei novelle), Novara, “La Libra”, 1929; ripubblicato con una nota di C. Garboli, Milano, Adelphi;
* America primo amore, Firenze, Bemporad, 1935, poi: Roma, Einaudi, 1945; Milano, Garzanti, 1956; Milano, Mondadori, 1959 e 1976; Milano, Emme Edizioni, 1975; (con lo pseudonimo di Franco Pallavera)
* Ventiquattro ore in uno studio cinematografico, Milano, Corticelli, 1935, poi: Palermo, Sellerio, 1985;
* La verità sul caso Motta, Milano, Rizzoli, 1941, poi: Milano, Mondadori, 1967 e 1973;
* L’amico gesuita (racconti), Milano, Rizzoli, 1943, poi: Milano, Mondadori 1979;
* Fuga in Italia, Milano, Longanesi, 1947, poi: Milano, Edizioni Scolastiche Mondadori 1969;
* A cena col commendatore, Milano, Longanesi, 1950, poi: Milano, Mondadori, 1961 e 1977;
* L’accalappiacani, Roma, Atlante, 1953;
* Le lettere da Capri, Milano, Garzanti, 1954, poi: Milano, Mondadori, 1961, 1976 e successive edizioni;
* La confessione, Milano, Garzanti 1955, poi: Milano, Mondadori, 1959 e 1980 e Milano, Adelphi, 1991;
* I racconti, Milano, Garzanti, 1957;
* Il vero Silvestri, Garzanti, 1957, poi: Milano, Mondadori, 1959 e 1971;
* La messa dei villeggianti, Milano, Mondadori, 1959, poi: 1982;
* I racconti 1927-1947,Milano, Mondadori, 1960 (riedizione dei Racconti, Milano, Garzanti, 1957);
* Canzonette e viaggio televisivo (poesie), Milano, Mondadori, 1962;
* Storie di spettri (racconti), Mondadori, 1962;
* Le due città (romanzo), Milano, Garzanti, 1964, poi: Milano, Garzanti, 1985;
* La busta arancione (romanzo), Milano, Mondadori, 1966, poi: Mondadori, 1984;
* I racconti del maresciallo, Mondadori, 1967;
* Fuori (cronache di viaggio), Mondadori, 1968;
* Vino al vino – Viaggio alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, 1969, poi: Mondadori, 1981;
* I disperati del benessere (viaggio in Svezia), Mondadori, 1970;
* L’ultimo Don Chisciotte, prefazione a H. Furst, Il Meglio,
Milano, Longanesi, 1970;
* L’attore (romanzo), Milano, Mondadori 1970, poi: Mondadori, 1975, quindi Milano-Novara, Mondadori-De Agostini, 1986;
* 55 novelle per l’inverno, Milano, Mondadori, 1971;
* Vino al vino 2, Milano, Mondadori, 1971, poi: Milano, Mondadori, 1981;
* Da spettatore (cronache del cinema), Mondadori, 1973;
* Un prato di papaveri (diari), Mondadori, 1973;
* Il polipo e i pirati (fiaba illustrata), Milano, Emme Edizioni, s.d. [ma 1974];
* Lo smeraldo (romanzo), Milano, Mondadori, 1974, poi: Mondadori, 1985;
* Lo specchio inclinato (diari), Mondadori, 1975;
* Vino al vino 3, Mondadori, 1975, poi: Mondadori, 1981;
* La sposa americana (romanzo), Mondadori, 1977, poi: Mondadori, 1980;
* Lettere di Mario Soldati, Mondadori, 1979;
* Addio diletta Amelia (ritorno in America), Mondadori, 1979;
* 44 novelle per l’estate, Mondadori, 1979;
* La carta del cielo (antologia per la scuola media a cura di N. Ginzburg), Torino, Einaudi 1980;
* L’incendio (romanzo), Milano, Mondadori, 1981;
* La casa del perché (racconti), Mondadori, 1982;
* Lo scopone, in collaborazione con Maurizio Corgnati, Mondadori, 1982;
* Nuovi racconti del maresciallo, Milano, Rizzoli, 1984;
* L’architetto (romanzo), Rizzoli, 1985;
* L’avventura in Valtellina (diario), Bari, Laterza, 1986;
* Ah! Il Mundial! (cronaca sportiva), Milano, Rizzoli, 1986;
* El Paseo de Gracia (romanzo), Rizzoli, 1987;
* Regione regina (raccolta di scritti già editi dedicati alla Liguria), Roma, Laterza, 1987;
* Rami secchi (ritratti e ricordi), Milano, Rizzoli, 1989;
* Le sere (ritratti e ricordi), 1994, Rizzoli.

Le evoluzioni dell’uomo-sandwich – La lettura- Ottobre 1913


L’evoluzione dell’Uomo – Sandwich
articolo di Franco Bianchi

La réclame, o il richiamo o la grida se più vi piace, dev’essere tenuta al mondo con l’uomo: già il serpente, là nel paradiso terrestre, doveva averne qualche nozione, se riuscì così bene a il suo pomo come il .
Ed è nota anche quella irriverente risposta di un commerciante a chi gli rimproverava l’eccesso di pubblicità:
– Che volete? Anche il buon Dio ha bisogno che si suonino le campane per lui![…]
[…] La Francia, mondana, manda per le vie di Parigi i bonisseurs, in stiffelius inappuntabile, ghette, cilindro a otto riflessi, e, in particolare di prima necessità, la caramella. Tra parentesi: non andate a cercare bonisseurs nè sul Littré nè sul dizionario dell’Acadèmie; sarà molto se su qualche dizionario di amnica larga, troverete, col marchio infamante di neologismo, la parola boniment, da cui deriva quella, neologismo alla seconda potenza. E boniment significa: . […]
[…] Ma per trovate, talora forse un po’ goffe, ma più spesso graziose, emerge senza dubbio la Germania. Certo, insigni di goffagine sono i due uomini-sandwich di un circo equestre di cui diamo un campione; essi non si distinguono che per un affastellamento di stranezze senza grazia: camminano su rotelle, hanno occhiali da automobilisti, e, in capo, due enormi Stürmer, i tedeschissimi berretti d’associazioni studentesche, che di sera, illuminandosi per di dentro, fanno risaltare le parole: “Gran Circo: serata di gala!”. […]
Splendida, purtroppo molto compromessa, ma leggibile
IV di copertina – La lettura Ottobre 1913
Pubblicità Suchard – Chocolat Cacao Milka Velma Noisettine
Da questo articolo, emergono chiaramente quelli che sono, veri e propri embrioni
di luoghi comuni che a tutt’oggi, dopo circa 100 anni, ancora persistono.
Come la grossolanità dei tedeschi, la ricercatezza snob francese, la compostezza inglese
e la grandezza esagerata americana. 
Quanto è difficile sradicare le convinzioni, le etichette ed i luoghi comuni; 
a riprova del fatto, che forse
ne esiste una ragione antica e spesso di spessore. Non solo costume.

Léon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926


Lettere alla fidanzata

Leon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926
D.o – C.p.
Traduzione di Ferruccio Rubbiani
[…]”Questa traduzione delle sue lettere amorose, a pochi anni dalla loro pubblicazione in Francia,
è anche la prima traduzione italiana di un’opera di lui.” […]

Pag.71 Parigi, 21 Novembre 1889
Mia Jeanne amata,

[…] Ti ho ho detto l’altro giorno uno dei miei segreti più dolorosi. Tu l’hai accettato generosamente.
Ma ho paura che questa generosità non sia l’effetto di una eccessiva innocenza. Sono triste naturalmente
così come si è piccoli o come si è biondi. Sono nato triste, profondamente, orribilmente triste
e sono posseduto dal più violento desiderio della gioia soltanto in virtù della legge misteriosa che attira i contrari. Se tu diventerai mia moglie dovrai curare un malato. Mi vedrai passare, qualche volta all’improvviso,
senza causa evidente e senza transizione, dalla più viva allegria alla più tetra melanconia.
Ma ecco una cosa ben strana e che non pretendo di spiegare. Malgrado l’attrazione potente
esercitata su di me dall’idea vaga della felicità, la mia natura, più forte ancora, mi spinge
verso il dolore, verso la tristezza, forse verso la disperazione.
Mi ricordo che da bambino ho rifiutato spesso con indignazione, con rivolta, di prendere parte
a giuochi ed a divertimenti la sola idea dei quali m’inebriava di gioia, perché trovavo più nobile soffrire e far soffrire me stesso rinunciandovi. Nota bene, amica mia, che questo avveniva al di fuori di ogni calcolo,
di ogni concetto religioso. Soltanto la mia natura agiva oscuramente. Amavo istintivamente il dolore, volevo essere sventurato. Questa sola parola: mi entusiasmava. Credo di aver ereditato da mia madre, l’anima spagnola della quale era ad un tempo così ardente e così tetra, e la principale attrattiva del cristianesimo è stata per me l’immensità dei dolori del Cristo, il grandioso, trascendentale orrore della sua Passione. Il sogno inaudito di quell’innamorata di Dio che domandava un paradiso di torture, che voleva soffrire eternamente per Gesù Cristo e che concepiva così la beatitudine, mi sembrava allora e mi sembra oggi ancora la più sublime di tutte le idee umane. Ho scritto tutto questo nel Désespéré ai capitoli X, XII e XIII.
E’ evidente che un povero essere umano fatto in questo modo doveva essere il più gran nemico di sé stesso e il suo primo carnefice. Quando sono diventato un uomo ho crudelmente mantenute le promesse della mia
infanzia pietosa e la maggior parte dei dolori veramente orribili che ho sopportati sono stati certamente opera mia, sono stati decretati da me contro me stesso con ferocia selvaggia. […]
Léon Bloy
Léon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926
Link su Bloy:
LO SPECCHIO DEGLI ENIGMI
pagg. 129\133
Jorge Luis Borges Altre Inquisizioni Adelphi 
Il pensiero che la Sacra Scrittura abbia (oltre al suo valore letterale) un valore simbolico non è irrazionale ed è antico; si trova in Filone di Alessandria, nei cabalisti, in Swedenborg. Siccome i fatti narrati dalla scrittura sono veri (Dio è la verità, la verità non può mentire, eccetera), dobbiamo ammettere che gli uomini, nel compierli, rappresentano ciecamente un dramma segreto, determinato e premeditato da Dio. Di qui a pensare che la storia dell’universo – e in essa le nostre vite e la più tenue circostanza delle nostre vite – abbia un valore incongetturabile, simbolico, non c’è un tratto infinito. Molti devono averlo percorso; nessuno così mirabilmente come Léon Bloy. […]
Un versetto di San Paolo (1 Cor, 13,12) ispirò Léon Bloy.
“Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte: tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum”. Torres Amat miserevolmente traduce: “Al presente non vediamo Dio se non come uno specchio, e sotto immagini oscure: ma allora lo vedremo faccia a faccia. Io non lo conosco ora se non imperfettamente: ma allora lo conoscerò con una visione chiara, al modo che sono conosciuto”.
Quarantatré voci fanno l’ufficio di ventidue; impossibile essere più verbosi e più fiacchi.
Cipriano de Valera è più fedele: “Ora vediamo attraverso uno specchio, nell’oscurità; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte; ma allora conoscerò come sono conosciuto.”
Torres Amat ritiene che il versetto si riferisca alla nostra visione della divinità; Cipriano de Valera (e Léon Bloy) alla nostra visione generale. A quanto ne so, Bloy non dette alla sua congettura una forma definitiva.
Sparse per la sua opera frammentaria (nella quale abbondano, come tutti sanno, la lagnanza e l’ingiuria), ci sono versioni o facce distinte. Eccone alcune, che ho tratto dalle pagine clamorose di Le mendiant ingrat, di Le vieux de la Montagne e di L’invendable. Non credo di averle esaurite: spero che qualche specialista in Léon Bloy (io non sono tale) le completi e le rettifichi.
[…] La sesta è del 1912. In ciascuna delle pagine di L’Ame de Napoléon, libro il cui proposito è decifrare il simbolo di Napoleone, considerato come precursore di un altro eroe – uomo e simbolico anche lui – che sta nascosto nel futuro. Basterà citare due passi. Uno: “Ogni uomo è sulla terra per simboleggiare qualcosa che ignora e per realizzare una particella, o una montagna, dei materiali invisibili che serviranno per edificare la Città di Dio.” L’altro: “Non c’è sulla terra essere umano capace di affermare chi egli sia, con certezza.
Nessuno sa che cosa è venuto a fare in questo mondo, a che cosa corrispondono i suoi atti, i suoi sentimenti, le sue idee, né qual è il suo nome vero, il suo imperituro Nome del registro della Luce…La storia è un immenso testo liturgico nel quale le iota e i punti non valgono meno dei versetti o dei capitoli interi, ma l’importanza degli uni e degli altri è indeterminabile e sta profondamente nascosta.”
[…] Bloy (ripeto) non fece altro che applicare alla Creazione intera il metodo che i cabalisti ebrei applicarono alla scrittura. Questi pensarono che un opera dettata dallo Spirito Santo fosse un testo assoluto: vale a dire un testo dove la collaborazione del caso è riducibile a zero. Questa premessa portentosa di un libro impenetrabile alla contingenza, di un libro che è un meccanismo di propositi infiniti, li spinse a permutare
le parole della Scrittura, a sommare il valore numerico delle lettere, a valutare la loro forma, a prestare attenzione alle minuscole e alle maiuscole, a ricercare acrostici e anagrammi e ad altri rigori esegetici dei quali non è difficile farsi burla. La loro difesa è che nulla può essere contingente nell’opera di una intelligenza infinita.*  Léon Bloy postula questo carattere geroglifico – questo carattere di scrittura divina, di crittografia degli angeli – in tutti gli istanti e in tutti gli esseri del mondo. Il superstizioso crede di penetrare tale scrittura organica: tredici commensali articolano il simbolo della morte; un opale giallo, quello della disgrazia…
E’ dubbio che il mondo abbia un senso; è ancora più dubbio che abbia un duplice e un triplice senso, osserverà l’incredulo. Io credo che sia così; ma credo che il mondo geroglifico postulato da Bloy sia quello che meglio conviene alla dignità del Dio intellettuale dei teologi.
“Nessuno uomo sa chi è” affermò Léon Bloy. Nessuno come lui potrebbe illustrare questa ignoranza intima.
Si credeva un cattolico rigoroso e fu un continuatore dei cabalisti, un fratello segreto di Swedenborg e di Blake: eresiarchi.
*Che cos’è un intelligenza infinita? domanderà forse il lettore. Non c’è teologo che non la definisca; io preferisco un esempio. I passi che muove un uomo, dal giorno della sua nascita a quello della sua morte, disegnano nel tempo un’inconcepibile figura. L’Intelligenza Divina intuisce tale figura immediatamente, come quella degli uomini un triangolo. Quella figura (forse) ha la sua determinata funzione nell’economia dell’universo.


Stefan Zweig – Leggende – Casa Editrice Sperling e Kupfer Milano – 1937


Stefan Zweig
LEGGENDE
LA LEGGENDA DELLA TERZA COLOMBA – IL CANDELABRO SEPOLTO – 1937
GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO – 1922
RACHELE CONTENDE A DIO – 1930
Versione dal tedesco di Anita Rbo
Casa Editrice
Sperling & Kupfer S.A.
Milano 1937
Finito di stampare il 1° Ottobre del 1937
Pagg. 240 – Formato 14×23,5 …. L.25
Edizione numerata … 544
Prima Edizione
Unica traduzione autorizzata
I disegni contenuti nel libro sono di
BERTHOLD WOLPE di Londra
su Wolpe vedi:
sull’opera e l’autore vedi:
GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO
Non coll’astenersi dall’azione ottiene l’uomo
liberazione dall’attività,
Nè alcuno, nemmeno per un istante,
può rimanere inattivo.
Bhagavad Gita, canto terzo.
Che cos’è l’azione, che cos’è l’inazione? – Su questo
punto anche i saggi sono perplessi.
Poiché è necessario aver conoscenza dell’azione –
difficile ad intendere è la natura dell’azione.
Bhagavad Gita, canto quarto.
pag.153
Piccola nota relativa al Simbolismo Letterario:
Zweig pubblicò in tedesco nel 1907 un testo su
Emile Veharen
Baudelaire esercitò grande influenza sugli scrittori simbolisti.
Fra questi Verlaine, de Régnier, Mallarmé, Lautréamont, Corbière, Cros, Laforgue, ed i belgi Rodenbach, Verhaeren e Maeterlinck.
Zweig pose grande attenzione a questa corrente ed in particolare a Verhaeren.

Kim di Rudyard Kipling – Baldini e Castoldi illustrazioni di Maraja


KIM

Baldini & Castoldi 19??, Milano. Traduzione di Maria Silvi – in 4° – pp.167 – Mezza tela – Illustrazioni nel testo e fuori testo di Maraja
D.o-C.p.
Su Libico Maraja
dai siti:
Libico Maraja (1912-1983) pittore, disegnatore e illustratore, al tavolo luminoso durante la lavorazione del lungometraggio d’animazione La Rosa di Bagdad, a Bornato (BS) nel 1943. Illustratore, cartellonista, scenografo di nazionalità svizzera, la sua produzione esordisce dalla cartellonistica; nel 1941 fu ingaggiato nel cast de La Rosa di Bagdad e si trasferisce in Italia. Il film esce nel 1949, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Trapiantato per sempre in Italia, diviene illustratore di favole e negli anni Sessanta raggiunge la celebrità con il suo stile inconfondibile; estremamente prolifico nella produzione, le sue illustrazioni oggi sono parte dell’immaginario collettivo di migliaia e migliaia “ex-bambini”… Fototeca distribuisce in esclusiva tutte le opere e immagini biografiche custodite nella Associazione Libico Maraja, tavole originali, fotografie, bozzetti, dipinti, prodotti editoriali, manifesti.
Nel 1938 illustra il suo primo libro per l’infanzia: “La storia di Cicc”, di Alma Chiesa, mentre l’anno dopo si sposa con Chiara Colombo, figlia di un noto musicista, che nel 1940 dà alla luce il primo figlio, Marzio.
Nello stesso anno si trasferisce a Milano. Collabora con la ditta IMA Pubblicità, per la quale illustra copertine di dischi e spartiti musicali per le Messaggerie Musicali nonché due fiabe per la casa editrice Alpe. L’esperienza come grafico nello studio ALA, le sperimentazioni di scenografia e di costumi teatrali realizzate per la Casa d’Italia, sono per Libico Maraja un prezioso bagaglio di esperienze che gli tornerà utile quando, nel 1941, la IMA Pubblicità diventerà IMA Film per realizzare il primo lungometraggio a disegni animati a colori italiano: “La Rosa di Bagdad”, di Anton Gino Domeneghini. Maraja è nominato capo scenografo e cartoonista. Il contratto con la IMA sarà uno dei momenti più preziosi per il perfezionamento della professione e per quella che sarà la scelta di vita futura. La sua arte si arricchisce e si connota sempre più per una fantasiosa ingegnosità e per il progressivo evolversi e specializzarsi della tecnica.
Nel 1947, dopo un periodo di separazione conseguente alla fine della guerra, la famiglia Maraja, cui s’è aggiunto nel 1946 il piccolo Francesco, si trasferisce a Moltrasio. Inizia ad illustrare le copertine dei quaderni Pigna. Nel 1950 illustra “Il mio mondo”, primo sussidiario a colori pubblicato in Italia per conto della Società Editrice Cinematografica. Due anni dopo, nel 1952, inizia la collaborazione con la casa editrice Fabbri. Tale rapporto durerà fino alla morte di Maraja e darà vita ad una produzione ricchissima, nella quale spiccherà, nel 1955, “Le avventure di Pinocchio”. Sviluppa anche fumetti per la Mondadori nella serie delle avventure di “Faust e Metistofele” ed i primi classici illustrati per l’Editore Conte, poi per Carroccio e per Aristea, quindi per Baldini & Castoldi, tutti del capoluogo lombardo. Nel 1954 ritorna a Como, luogo in cui intensifica tra le varie attività anche quella di pittore da cavalletto approfondendo le sue ricerche nel campo dell’astrattismo comasco insieme a Rho, Radice, Badiali, Galli e Salardi. Si fa apprezzare per le caricature di satira politica su “Ol Tivan”, settimanale di Como e provincia.
Piccola contaminazione di Jorge Luis Borges
da Conversazioni Americane pagg. 91;.120
Borges: Credo di essere più interessato alle immagini 
che alle idee. Non sono capace di pensare in modo astratto…
Anche quello che hanno fatto greci ed ebrei tendo a considerarlo non in termini
di logica ma di favole o di metafore.
Sono questi i miei ferri del mestiere. Naturalmente, ogni tanto devo ragionare.
Lo faccio in modo molto goffo. Preferisco sognare. 
Preferisco le immagini.
O come ha detto Kipling, a uno scrittore dev’essere permesso
scrivere una favola ma, in quanto alla morale della favola,
questa gli può essere ignota, oppure ce ne possono essere diverse.
Per questo cerco di continuare a sognare,
cerco di usare metafore o favole invece di decise affermazioni.
Credo che sia sempre l’altro ad avere ragione.
Borges: Io non sono un lettore di romanzi, quindi non posso
nemmeno essere uno scrittore di romanzi, perché tutti i romanzi,
anche i più belli, implicano sempre dei riempitivi, mentre
un racconto deve sempre essere essenziale. Per esempio gli ultimi racconti
di Rudyard Kipling…

Pessoa – Il Poeta è un fingitore e Lettere a Ofelia – Edizioni Japadre – 1988


a cura di Giuseppe Taviani
da: Il Poeta è un fingitore

In una catabasi espressiva limpidamente ambigua-
ma che può manifestarsi anche in forme ambiguamente limpide –
la poesia di Fernando Pessoa sembra offrirsi e ritrarsi senza requie,
inarcata dall’ansia di svelarsi e insieme rintanata nei recessi del non -detto,
anzi dell’indicibile. Una poesia di dissidi irrisolti,
travagliata e complessata fin nella ricerca dei propri autori,
molteplici nell’unità, o del proprio autore,
unico nella molteplicità.
Questo


Dicono che fingo o mento
tutto quel che scrivo. No.
Io semplicemente sento
con l’immaginazione.
Non mi servo del cuore.

Tutto quel che sogno o passo,
che mi vien meno o finisce,
è come se fosse un terrazzo
su un altra cosa ancora.
E’ questa cosa che è bella.

Per questo scrivo nel mezzo
di quel che non è qui vicino,
libero dal mio incantesimo,
serio di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge!

a cura di Giuseppe Taviani
da: Lettere a Ofelia
La follia, l’oscurità, ma anche il candore infantile,
il pudore estremo: l’ambiguo universo
pessoano racchiuso in questo carteggio amoroso,
importante documento dell’unica relazione sentimentale conosciuta 
del grande poeta portoghese, struggente testimonianza
della sua incapacità di

Vittorio Emanuele II – 5 Lire d’argento conio di Milano 1869


Vittorio Emanuele II – 5 Lire d’argento conio di Milano 1869

Questa è una moneta speciale per la sua storia, sia per la memoria collettiva, sia per la mia.
Con questa moneta sono stati battezzati tutti i figli maschi della mia famiglia, da parte di padre.
 
 
 
 Regno d’Italia 1869
Vittorio Emanuele II
La moneta d’argento da 5 Lire del Regno d’Italia, detta anche scudo, fu battuta dal 1861 al 1878 con le seguenti caratteristiche fisiche: (titolo 900‰; ø 37 mm; peso 25 g; asse di conio 6H) (v. http://numismatica-italiana.lamoneta.it/moneta.php/W-VE2/13)
 
 
 
 
Moneta coniata alla Zecca di Milano
per maggiori dettagli consultare il seguente link:
 
 

REGNO D’ITALIA 1861 ~ 1878

 
Birmingham H  Heaton Ralph & Sons di Londra – GB
Bologna B  senza segno di zecca
Bruxelles testina  Belgio
Firenze Firenze  fascio con scure, p mano a pugno e F, vomere e F
Milano M  sia in corsivo che in stampatello
Napoli N  sia in corsivo che in stampatello
Parigi  senza segno di zecca
Roma R  solo segno zecca R
Strasburgo OM  Oesgher Mesdach – Francia
Torino T  sia in corsivo che in stampatello

 

Maggiori informazioni storiche e di numismatica:
http://cronologia.leonardo.it/mondo28e.htm
 
 
 
Sulla lira Italiana:
 
L’introduzione della lira italiana va fatta risalire, come per il tricolore, al periodo napoleonico. Infatti, il tricolore venne adottato dallaRepubblica Cispadana nella prima campagna d’Italia (1796 – 1797). La lira, invece, venne adottata alla seconda campagna d’Italia con la ricostituzione della Repubblica Cisalpina come Repubblica Italiana (gennaio 1802), trasformatasi poi nel Regno d’Italia (marzo 1805). Le prime emissioni dalle zecche di Milano, Bologna e Venezia si ebbero nel 1807, con monete da 40, 5 e 2 lire; l’anno successivo vennero coniate anche monete da 20 lire e da 1 lira, caratterizzata da un peso di 5 g ed un titolo d’argento di 900/1000.
 
Dopo la fine del Regno d’Italia nel 1814, la lira riappare nel 1815 nelDucato di Parma e Piacenza con l’introduzione della monetazione decimale da parte della duchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena. Il taglio delle monete era da 1, 2, 5, 20 e 40 lire.
 
Nel 1861, con la riunificazione dell’Italia sotto i Savoia, la lira torna ad essere la valuta italiana ed il 24 agosto 1862 ebbe corso legale e sostituì tutte le altre monete circolanti nei vari stati pre-unitari: 1 lira da 5 g di argento al titolo 900/1000 corrispondeva a 0,29025 g d’orofino oppure a 4,5 g d’argento fino (scesi a 4,459 nel 1863).

 

http://www.storiadellalira.it/

 


Regno d’Italia L.5
Vittorio Emanuele II 1869


TinTin – First Day Sheet 2007- 11


Dal mercato annuale di Jeu de Balle di Brussel
del 19 Luglio 2009 dedicato al collezionismo sul mondo di Tin Tin
Cover TinTin Canada – N.1 6-1-1970
Il mio anno di nascita

Retro

Serie First Day Sheet 2007-11

Retro

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Monete Italiane: 500 lire Caravelle


Monete Italiane: 500 lire Caravelle:

Le repubblica italiana ha emesso tramite la zecca di Roma monete d’argento da 500 lire 
a partire dal 1958 e fino al 1967.
I tipi emessi sono stati tre, normalmente denominati “Caravelle”, Unità d’Italia” e “Dante”.
Tutte queste monete d’argento hanno un diametro di 29 mm, un peso di 11 g ed il titolo è di 835/1000.
Dopo il 1967 il costo delle monete d’argento e la presenza di fenomeni di tesaurizzazione, sconsigliò il proseguimento di questo tipo di coniazione che terminò.
Monete d’argento del tipo “Caravelle” e con molti altri tipi furono comunque coniate appositamente per il mercato dei collezionisti e vendute dalla zecca a prezzo maggiore di quello nominale.
(quella in alto è del primo anno di conio, il ’58).
La moneta fu coniata dal 1958 al 1967. Il busto femminile al dritto è di stile rinascimentale e i 19 stemmi sono quelli della città capoluogo regionale dell’epoca (Genova, Torino, Aosta, Milano, Trento, Venezia, Trieste ed Udine, Bologna, Firenze, Ancona, Perugia, Roma, L’Aquila, Napoli, Bari, Potenza, Catanzaro, Sicilia, Cagliari). In basso è la legenda GIAMPAOLI, il nome dell’autore, Pietro Giampaoli.
Al rovescio sono raffigurate le tre caravelle in navigazione verso destra, intorno “REPUBBLICA ITALIANA” in basso soni riportati il valore, il segno di zecca (R) e VEROI, l’autore, Guido Veroi.
La prova di questa moneta, tirata in 1004 copie nel 1957, ha le bandiere controvento.
Questa moneta del 1957 con le bandiere controvento è rarissima, coniata in soltanto 1004 esemplari: inoltre presenta la scritta Prova oltre alla parola REPUBBLICA invece che REPVBBLICA.
Al dritto è raffigurato un busto femminile di stile rinascimentale ispirato a Letizia Savonitto (moglie dell’incisore Pietro Giampaoli) con i 19 stemmi delle città capoluogo regionali dell’epoca.
Link numismatica:
http://www.lamoneta.it/

La vita delle Cose di Remo Bodei


“Ciò che dobbiamo interrogare sono i mattoni, il cemento, il vetro, le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi. Interrogare ciò che sembra avere smesso di stupirci. Viviamo, certo, respiriamo, certo: camminiamo, apriamo porte, scendiamo scale, ci sediamo intorno a un tavolo per mangiare, ci corichiamo in un letto per dormire. […]. Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete. Esaminate i vostri cucchiaini. Cosa c’è sotto la carta da parati? […]. Poco mi importa che queste domande siano frammentarie, appena indicative di un metodo, al massimo di un progetto. Molto mi importa, invece, che sembrino triviali e futili: è precisamente questo che le rende altrettanto, se non addirittura più essenziali, di tante altre attraverso le quali abbiamo tentato invano di afferrare la nostra verità.”
George Perec, L’infra-ordinario, Torino 1994, pp. 13-14