La Moda Illustrata – Abbigliamento femminile fra Otto e Novecento -Ottocento


LA MODA ILLUSTRATA

LaModaIllustrataN.48-1885
LA MODA ILLUSTRATA – COLLEZIONE @SIMONARINALDI-KOLONISTUGA
LA MODA ILLUSTRATA
Giornale settimanale illustrato per le famiglie
due numeri
il n. 48 novembre 1895 e n. 49 di dicembre 1895
AFFRANCATI DA FRANCOBOLLI PER GIORNALI AUSTRIA
2 KREUZER VERDE
RetroN.48LaModaI_LI
Sulla moda femminile, il costume si veda il seguente link:
http://babilonia61.com/2010/05/12/la-moda-femminile-dell%E2%80%99ottocento/

Abbigliamento femminile fra Otto e Novecento

L’evoluzione dell’abbigliamento è specchio dell’evoluzione del ruolo femminile nella società: dalla crinolina, che ingabbia a metà dell’Ottocento la donna-bambola nel suo ambito domestico e salottiero, si arriva all’abito sciolto, senza busti e costrizioni, che nel Novecento asseconda l’uscita di casa da parte della donna adulta per affrontare le novità del mondo esterno, caratterizzato dalla tecnica e dalla velocità.
L’abito è simbolo di uno status sociale e riassume uno stile di vita: tra Otto e Novecento si assiste al distacco da una concezione “decorativa” dell’abito femminile per passare a una semplificazione dove si coniuga eleganza a praticità. Inoltre la moda è sintesi di linguaggi artistici diversi, come quello della pittura, dell’oreficeria e della tessitura. Henry van de Velde (1863-1957), l’architetto belga creatore dello stile Art Nouveau caratterizzato dalle lunghe linee serpeggianti derivate dalle forme della natura, incominciò ad inserire l’abito all’interno di una progettazione generale e unitaria delle arti, che, dall’architettura, si estendeva all’arredo e alle suppellettili.

Nel secolo del Romanticismo la moda riflette gli ideali e lo stile della famiglia borghese, che riservava alla donna esclusivamente lo spazio privato dove era custode dell’ordine, della pace e della moralità. I periodici femminili diffondono l’immagine della donna portatrice di valori e di virtù, incarnando l’ideale dell’angelo del focolare: obbligatori la modestia del gesto, la prudenza del comportamento, lo sguardo dolce e timido, a complemento di un tipo di bellezza che esaltava i segnali infantili, suscitatori di protezione e inibitori di violenza: l’ovale del volto racchiudeva guance piene, occhi grandi, bocca a cuore, mentre le linee del corpo tondeggianti, a clessidra, simboleggiavano fragilità, dolcezza e arrendevolezza.
La sensualità era rigorosamente controllata: l’abito, chiuso attorno al collo (le scollature vennero accettate solo negli abiti da sera), aveva maniche lunghe e spalle cadenti; gonne lunghe e strati di biancheria – camicia, busto, copribusto, sottogonne, mutandoni – nascondevano il corpo. Il busto era una corazza di tela irrigidita da stecche di balena, che doveva assicurare il vitino di vespa anche a prezzo di dolori e svenimenti. Era portato obbligatoriamente fin dall’infanzia, in quanto era opinione comune che esso dovesse correggere i difetti del portamento e sostenere la ‘naturale’ debolezza della spina dorsale femminile.

D’altra parte l’Ottocento è anche l’età d’oro delle cocottes, le cortigiane francesi famose e celebrate, come la Dame aux camélias, Alphonsine Marie Duplessis, che dettarono moda, proponendo un nuovo ideale estetico più provocante e appariscente, sostenuto dall’avvento sulla scena letteraria della figura della Femme fatale. Il vestito femminile si trasformò nelle sue linee: la sottana, che all’inizio del secolo XIX mostrava la caviglia, per poi allungarsi fino ai piedi nel 1840 e allargarsi sempre più con la cupola della crinolina, si prolungò addirittura con lo strascico dopo il 1870; ritornò infine sul volgere del secolo a una lunghezza moderata e a una sagoma a campana. Il punto vita, alto fino al 1822, si abbassò alla sua posizione naturale e scese a punta sul davanti.
Influenzato anche dal succedersi dei movimenti culturali, il costume femminile trovò ispirazione in fogge che guardavano al passato e alla storia: con l’avvento del romanticismo gli abiti si coprirono di pizzi e balze; ci si ispirò alla storia, al gotico e al Rinascimento, e soprattutto alle eroine del melodramma. Con l’avanzare del secolo il gusto si spostò verso lo stile rococò, molto amato dall’imperatrice Eugenia. Attorno al 1870 trionfò l’eclettismo e si moltiplicano passamanerie e applicazioni; a fine secolo si ritornò a una linea che si ispirava alle corolle dei fiori e alla sinuosità serpentina, mentre trionfava l’Art Nouveau.

Ancora: ogni occasione comportava, nei manuali di galateo, una veste appropriata per la signora elegante, sempre adeguata al ruolo mondano da interpretare: abiti da casa, da viaggio, da passeggio, da carrozza, da visita, da ballo, da lutto, da mezzo lutto, e – novità – abiti da sport.
Lo sport si era fatto largo dopo la metà nel secolo, e richiese indumenti appropriati per ambo i sessi: il costume da bagno era, in particolare per la donna, un compromesso tra il bisogno di avere un indumento con cui muoversi adeguatamente in acqua e l’imperativo morale di nascondere quanta più epidermide possibile.
Nell’equitazione, il completo da amazzone comportava una lunga gonna a strascico, che doveva scendere a coprire le gambe quando la donna cavalcav, scomodamente seduta di fianco sulla sella.
Il secolo doveva però scoprire altri sport, come il golf, il tennis e la bicicletta: dopo il 1890 comparirono gli abiti per le cicliste, tentando anche un precoce ripudio della sottana, facendo ricorso a calzoni alla zuava che coprivano le gambe fino al ginocchio, avendo a volte quale unico compromesso una corta tunica per nascondere parte dei fianchi.

Tra il 1890 e il 1910 si ebbe una vera e propria riforma della moda. Le maniche si allargarono all’attaccatura delle spalle per poi stringersi lungo la lunghezza del braccio, sostituendo l’effetto ‘prosciutto’ con quello a ‘palloncino’, e mostrando maggiormente la linea retta delle braccia; scompare il ‘sellino’, ossia il cuscinetto imbottito fissato sotto le gonne negli abiti femminili per rialzarne il drappeggio. Intorno al 1895, poi, apparve un nuovo tipo di busto che spingeva il seno della donna verso l’alto, schiacciando il ventre, per accentuare l’esilità della figura e la sinuosità serpentina del portamento. Le vesti furono dotate di colli foderati e le sottogonne alleggerite dai merletti.
Pochi anni prima, inoltre, aveva fatto la sua la comparsa un capo destinato a durare fino ai giorni nostri: il tailleur, che prende il nome dal termine usato in francese per indicare il sarto da uomo: composto da giacca e gonna, era un completo femminile inventato dall’inglese Redfern come derivazione dell’abito maschile, su committenza della principessa del Galles. Solo dalla fine del XIX secolo il capo di vestiario passò da indumento riservato a occasioni informali (da indossare essenzialmente al mattino) a modello della vita attiva con una forte connotazione di libertà (anche nei movimenti), quasi a segnare i progressi dell’emancipazione femminile. Comparvero camicette lavorate con passamanerie, merletti e bottoni; corsetti molto meno attillati e gonne lunghe.
I veri trionfatori della moda furono, però, a fine Ottocento, i grandi cappelli piumati che adornavano ed aggraziavano i capi, lanciando, ancora una volta un segnale di elevata appartenenza sociale: solo colei che indossava il cappello poteva qualificarsi ed essere trattata come ‘signora’. Per quanto riguarda le acconciature, i capelli, in questo periodo, vengono cotonati e trattenuti sopra la testa, in un ampio e morbido chignon. A differenza del passato, tutti i capelli vengono raccolti all’indietro, e nessuna ciocca è lasciata libera dall’acconciatura. Le forcine scompaiono nella pettinatura, che conferisce alla donna un aspetto elegante e ordinato.
Ma nel frattempo le donne, spossate dai nuovi busti che le costringevano in posizioni scomode e dolorose, iniziarono la loro battaglia contro la moda imperante. I tempi erano maturi per il passo decisivo e l’esigenza fu raccolta dal sarto parigino più in vista e scandaloso, Paul Poiret: stanco dei colori pallidi e della linea a clessidra dello stile ottocentesco, attorno al 1910 inventò una donna priva di busto che indossava abiti a vita alta e dai colori vivaci. In contemporanea con quest’innovazione, le gonne si strinsero in fondo, raccogliendosi intorno ai piedi, e conferendo un aspetto slanciato alla figura femminile dal petto prominente.

Già agli inizi del secolo XX la nuova donna, che doveva misurarsi negli impieghi, nell’insegnamento e nelle diverse professioni, aveva esigenze di praticità e di un abbigliamento consono ad una vita più dinamica e talvolta anche priva di etichette. A Vienna l’architetto Adolf Loos, uno dei fondatori del Razionalismo europeo, nel 1898 scrive che la moda esprime l’emancipazione: nel 1908 pubblica Ornament und Verbrechen (Ornamento e Delitto), un testo provocatorio in cui sottolinea l’utilità sociale della produzione di oggetti dalle linee essenziali e di forma semplice.
Anche i Futuristi si occupano dell’abito e l’artista francese Sonia Delaunay (1885-1979) che, con il marito Robert Delaunay e altri, fondò il movimento artistico dell’orfismo, noto per il suo uso di colori forti e geometrici, si applicò al disegno di tessuti per abiti coloratissimi e dai motivi astratti.
Nel 1914 scoppiò la Prima Guerra mondiale. Pur tra mille difficoltà Parigi volle mantenere il suo ruolo di arbitra dell’eleganza e i grandicouturiers continuarono la loro attività, nonostante la mancanza di materie prime che dovevano essere, di necessità, mandate al fronte. Forse anche per risparmiare tessuto, le gonne si accorciarono al polpaccio, mentre si affermarono linee militaresche, appena mitigate dalla cosiddetta crinolina di guerra, una gonna imbottita di tulle.
Ma il mondo era definitivamente cambiato, e la donna pure.

Link del testo:
Mostra ben curata visitata personalmente:
M.I N.49-1885@simonarinaldi
N.49 DICEMBRE 1885

Il secolo XX – Ottobre 1920 – Dudovich


Illustrazione di Dudovich – tema con Elefante
rara illustrazione assente anche nel sito ufficiale.
Collezione Personale
Sarà tra il 1914 e il 1921 che Dudovich realizzò frontespizi illustrativi per la rivista mensile “Il Secolo XX” collaborando con i suoi amici di sempre ,. Cambellotti, Bompard, Sacchetti. La rivista trattò temi di attualità , moda, musica e itinerari geografici nonché novelle romanzate per le quali Dudovich provvederà alla loro illustrazione con pregevoli disegni in bianco e nero. Gli anni della paura tra il ’14 e il ‘18 saranno contrassegnati da frontespizi di carattere militare che dimostreranno l’abilità di Dudovich ad evolversi secondo gli eventi storici ed epocali del tempo.

Per maggiori informazioni e riferimenti visitate il sito:

Le cento città d’Italia illustrate – Bologna


Collezione Personale
Le Cento Città d’Italia illustrate è una celebre collana di monografie, illustrate con fotografie dei luoghi e dei monumenti notevoli italiani, edita da Sonzogno, con cadenza settimanale, dal 1924 al1929.
Costituita da 300 fascicoli monografici, per un totale di 5.400 pagine, usciti settimanalmente durante un periodo di quasi sei anni, è la maggiore e più organica documentazione fotografica dell’Italia degli anni Venti del Novecento. Le fotografie in bianco e nero contenute nei fascicoli, sono circa 15.000 e documentano luoghi e monumenti di ogni genere, alcuni dei quali destinati di lì a pochi anni ad essere danneggiati o distrutti dalla guerra.
I testi sono stati estrapolate dalle seguenti fonti:
Sonzogno
Sonzogno è una delle più antiche case editrici italiane. Fu fondata a Milano nel 1804[1] daGiovanni Battista Sonzogno. La casa editrice si è articolata come vero e proprio editore con l’Unità d’Italia nel 1861.
La produzione editoriale del marchio Sonzogno è storicamente incentrata sulla narrativa esaggistica di largo consumo, sensibile alle tendenze e ai gusti prevalenti nella società ma anche attenta alla qualità. Negli anni dal 1924 al 1929 Sonzogno fu editrice de Le Cento Città d’Italia illustrate, famosa collana di 300 monografie illustrate con fotografie di tutti i luoghi e monumenti notevoli italiani, monumentale repertorio fotografico dell’Italia dell’epoca.
I testi sono stati estrapolate dalle seguenti fonti:

Regno D’Italia 1805-1814 – Napoleone – Bologna


Il 18 marzo 1805 fu creato il Regno d’Italia.

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Napoleone Bonaparte, il quale si era fatto proclamare dal Senato Imperatore dei francesi facendosi incoronare da Papa Pio VII, trasformò la precedente Repubblica Italiana in Regno d’Italia autonominandosi Re d’Italia: l’incoronazione avvenne il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano apponendo sul capo del generale corso l’antica Corona ferrea dei sovranilongobardi.

Eugène de Beauharnais, figlio di prime nozze della moglie di Napoleone, Giuseppina, di cui il Bonaparte si fidava ciecamente e dal quale era sicuro di non dovere temere il perseguimento obiettivi politici propri, fu nominato Viceré d’Italia, che stabilì la propria residenza a Monza. Con la pace di Presburgo del 26 dicembre 1805, l’Austria rinunciò aGorizia ed alla Provincia Veneta.
Con la Convenzione di Fontainebleau avvenuta il 10 Ottobre 1807, il Regno d’Italia napoleonico cedette Monfalcone all’Austria guadagnando la città di Gradisca[1], spostando così il nuovo confine lungo il fiume Isonzo.
Un contingente di truppe italiane della Guardia Reale Italiana partecipò alle guerre napoleoniche, in particolare nel 1808 alla Guerra d’indipendenza spagnola, nel 1809, sulle Alpi, alla campagna contro l’Austria che aveva aderito alla Quinta coalizione e nel 1812Campagna di Russia.
Il Regno d’Italia cessò di esistere nel 1814 con la fine del periodo napoleonico: il 6 aprile1814, Napoleone si disse pronto ad abdicare, atto che fu formalizzato il giorno 11. Il giorno 16 il Beauharnais comunicava di avere concluso anch’egli un armistizio con ilfeldmaresciallo austriaco Bellegarde, anche se sperava che il suo trono potesse essere salvato dalla disfatta napoleonica.
Dopo i disordini milanesi del 20 aprile con il linciaggio a morte del ministro delle finanzeGiuseppe Prina ad opera della folla inferocita, Beauharnais capì tuttavia di non avere l’appoggio della popolazione. La gente lo identificava infatti con i detestati francesi e così il giorno 26 abdicò, lasciando il giorno successivo l’Italia per ritirarsi in esilio in Bavierapresso i suoceri. Aveva così fine il Regno napoleonico d’Italia, ma la restaurazione mantenne ad Eugenio Beauharnais, auspice lo Zar di Russia, un cospicuo appannaggionelle Marche (Si tratta di 2.300 tenute agricole e 137 palazzi urbani che erano stati espropriati durante il periodo napoleonico allo Stato della Chiesa).
La Repubblica cisalpina, chiamata in seguito Repubblica italiana poi Regno d’Italia, e risultato della fusione delle repubbliche cis- e transpadana, fu oggetto di numerose modifiche nelle suddivisioni, a causa dell’instabilità delle sue frontiere. Al massimo della sua estensione, nel 1812, contava 24 dipartimenti:
Dipartimento del Reno
Il Reno fu un dipartimento della Repubblica Cispadana, della Repubblica Cisalpina, dellaRepubblica Italiana e infine del Regno d’Italia, dal 1797 al 1815. Prendeva il nome dal fiume Reno e aveva come capoluogo Bologna.
Il dipartimento fu creato il 5 gennaio 1797 alla creazione della Repubblica Cispadana, per poi essere integrato nella Repubblica Cisalpina, però senza i territori del dipartimento dell’alta Padusa, nella zona di Cento, tra 1797 e 1798. Il dipartimento venne successivamente ricreato per un breve periodo tra l’aprile e il maggio 1815 in occasione della riconquista delle regioni centro-meridionali dell’Italia da parte di Gioacchino Murat.
Collezioni Personali
I testi sono stati estrapolate dalle seguenti fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Regno_d’Italia_(1805-1814)

Lo Stato Pontificio e le Delegazioni


Lo Stato Pontificio e le Delegazioni

Dalla Restaurazione e fino alla presa di Roma, lo Stato Pontificio fu suddiviso amministrativamente in delegazioni apostoliche, individuate come circoscrizioni territoriali dalla riforma di Pio VII il 6 luglio 1816. Abbandonando la precedente ripartizione in 11 province, lo Stato fu articolato in 17 delegazioni, cui si aggiungeva quella speciale della comarca di Roma. La delegazione equivaleva grossomodo allaprovincia italiana repubblicana e aveva poteri esecutivi, a differenza delle deboli province del Regno d’Italia ridotte a una pura ripartizione territoriale e soggette a penetranti controlli governativi.
Le delegazioni assumevano il nome di legazioni quando erano governate da uncardinale. Poiché ciò avveniva regolarmente nelle delegazioni romagnole, il terminelegazione usato in senso assoluto si riferiva alle 4 circoscrizioni che componevano quel territorio (Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna). Nel 1850, tuttavia, la riforma amministrativa di Pio IX riservò il titolo di legazioni alle 5 grandi regioni nelle quali divise l’intero Stato raggruppando le delegazioni preesistenti.
In ogni delegazione l’amministrazione della giustizia era devoluta a un tribunale di prima istanza per le cause civili e a un tribunale criminale per le cause penali.
Con l’avvento dell’Unità d’Italia lo Stato Pontificio perse per prima l’intera Legazione delle Romagne (1860); indi la II Legazione, la III e la delegazione di Orvieto; infine le exclave di Benevento e Pontecorvo, rimaste assorbite nel circostante Regno delle due Sicilie conquistato daGaribaldi. Il sistema delle delegazioni cessò del tutto con la fine del potere temporale dei papi, in seguito alla presa di Roma (20 settembre1870).

Diploma Carbonaro 1831, immagine dal:

http://www.immaginidistoria.it/epoche1.php?id=4

Legazione Apostolica di Bologna
La legazione apostolica di Bologna fu una suddivisione amministrativa dello Stato della Chiesa. Nacque nel 1540 quando Papa Paolo III decise di nominare un Legato apostolico a Ravenna, scorporando così il territorio della Romagna dalla Provincia Romandiolæ, che comprendeva il territorio dal Panaro al fiume Foglia. Il territorio della nuova Provincia [1] comprendeva la città e ladiocesi di Bologna.
Nella sua conformazione definitiva, confinava a nord con la legazione di Ferrara e il Ducato di Modena e Reggio, a ovest con il Ducato di Modena e Reggio, a est con le legazioni di Ferrara eRavenna, a sud con il Granducato di Toscana.
Nel 1816, con la suddivisione dello Stato Pontificio ordinata da Pio VII, divenne una delegazione di 1ª classe, retta da un cardinale ed ebbe pertanto titolo di Legazione.
In seguito alla riforma amministrativa di Pio IX il 22 novembre 1850 confluì nella Legazione delle Romagne (I Legazione).
I testi sono stati estrapolati dalle seguenti fonti:
Pubblicazioni:

Bologna e la Rivoluzione del 1831


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Do-Cp
4 febbraio – 26 marzo 1831
Nel 1830-31 l’Europa fu scossa da un’ondata rivoluzionaria che mise di fronte in molti paesi l’assolutismo e i suoi oppositori e che contribuì allo sviluppo dei movimenti liberal-democratici e nazionali. Il punto focale di irradiazione dei movimenti fu la Francia e in particolare la città di Parigi. La rivoluzione francese sospinse all’insurrezione i patrioti italiani: non è un caso che il 1831, in Italia, si leghi alla cosiddetta “congiura estense” di Ciro Menotti e al breve, ma importante, esperimento del Governo delle Provincie Unite, nelle Legazioni.

Nel febbraio del 1831 i bolognesi insorsero contro il governo pontificio. In un clima carico di tensioni, il prolegato, anziché fare intervenire le milizie papali a sedare la sommossa, autorizzò la costituzione di una Commissione di governo provvisoria formata dai conti Carlo Pepoli, Alessandro Agucchi, Cesare Bianchetti, dal professor Francesco Orioli, dagli avvocati Antonio Zanolini e Antonio Silvani e presieduta dal marchese Francesco Bevilacqua. Il primo atto del nuovo organo di governo fu quello di istituire una Guardia Nazionale, seguito poi dalla formalizzazione del Governo Provvisorio della città e della provincia di Bologna. Se ci soffermiamo su quei primi nomi vediamo che fin dall’inizio si trattò di una convergenza tra il moderatismo espresso dalla vecchia aristocrazia (sia pur nella sua parte liberale) e il mondo degli intellettuali, particolarmente legato allo Studio cittadino. Figura di primo piano fu, da subito, Francesco Orioli. Venuto a Bologna nel 1815, come insegnante di Fisica, Orioli aveva fatto delle sue lezioni e della sua casa un momento e un luogo della politica e quando si delineò l’idea di una rivoluzione era sicuramente – insieme a Paolo Costa, docente di letteratura e poeta tra i professori più conosciuti e più popolari per le sue idee liberali – un punto di riferimento per la massa degli studenti, protagonisti di primo piano degli avvenimenti. Il moto dalla città felsinea si estese a tutte le Legazioni e ne varcò i confini coinvolgendo le Marche e l’Umbria fino ai confini del Lazio.
Il 26 febbraio si radunò in Palazzo d’Accursio, a Bologna, un’assemblea di quarantuno rappresentanti delle città insorte che ratificò la decadenza del potere temporale della Chiesa e proclamò l’unione delle città e dei territori insorti nel nuovo Governo delle Provincie Unite, presieduto da Giovanni Vicini. Il 2 marzo, in una solenne cerimonia in Piazza Maggiore, i ministri del governo e i deputati delle province, tutti con sciarpa tricolore, si presentarono al popolo per dare lettura dei decreti di cessazione del potere pontificio e della formazione del nuovo Stato.
Fiduciosi, anche se pronti alla difesa, ministri e deputati iniziarono il loro lavoro di legislatori. Tra i primi provvedimenti vi fu l’abolizione del controllo dell’Arcivescovo Arcicancelliere sull’Università e la sua sostituzione con un Reggente nominato dal governo. Il 4 marzo, poi, venne formulato lo Statuto Costituzionale delle Provincie Unite Italiane avviando quello che si presentò come la prima forma moderna di stato laico liberamente creata in Italia.
Ai primi di marzo la Francia, caduto il ministero Laffitte, rovesciò il significato del principio del non intervento intendendolo come disimpegno francese e ciò consentì agli Austriaci di intervenire. Subito a Bologna venne organizzata la difesa, affidata al generale Zucchi, ma il 20 marzo gli eventi precipitarono. Mentre il generale Frimont avanzava verso Bologna, il Governo delle Provincie Unite decise di trasferirsi ad Ancona, invitando i bolognesi a “cedere con dignità”. Il 21 marzo, mentre gli austriaci entravano in Bologna e il generale Zucchi marciava verso Rimini, fu chiaro a tutti che la rivoluzione era finita; il 26 marzo venne trattata la resa e molti dei compromessi dovettero lasciare le loro terre per l’esilio.
Per tutto il breve periodo della rivoluzione, come testimoniano i giornali e le cronache del tempo, la popolazione aveva partecipato con entusiasmo alle manifestazioni pubbliche ed alle raccolte di fondi a favore dell’armamento della Guardia Nazionale che si erano tenute in città, come testimoniano gli elenchi densi di nomi che compaiono su fogli volanti e giornali. Entusiastica e calorosa era stata anche la partecipazione femminile, sia in occasione delle raccolte di fondi (si veda ad esempio il foglio volante pubblicato dalla municipalità il 18 febbraio, con centinaia di nomi) che nel corso delle rappresentazioni teatrali, spesso trasformate in occasioni di tripudio patriottico (celebre rimase la serata del 2 marzo al Teatro Comunale di Bologna: nell’occasione cori femminili integrarono la rappresentazione ufficiale, suscitando l’entusiasmo generale). Per ritrovare un simile entusiasmo si dovrà aspettare il 1848.
Fiorenza Tarozzi
I testi sono stati estrapolati dalle seguenti fonti:

Bolognesi! Proclama Patriottico, Moti del 1848, Bologna Risorgimentale


Bolognesi! #Proclama Patriottico #1848, #Bologna Risorgimentale, #Moti

 

Proclama Patriottico
BOLOGNESI 1848
Documento originale – collezione personale
BOLOGNESI!
Firmato e autografato da Cesare Bianchetti
CESARE BIANCHETTI
IL PRO-LEGATO PROVVISORIO CESARE BIANCHETTI
Cardinale Luigi Amat
Retro Proclama

Cesare Bianchetti (1775-1849), ricopre cariche pubbliche in epoca napoleonica e durante la rivoluzione del 1831. Costretto per questo all’esilio, ritorna a Bologna solo nel 1846. Il 27 luglio 1848 è nominato Pro-legato in sostituzione del cardinal legato Luigi Amat.

Retro Proclama

 

Vedi per approfondimenti

Storia e Memoria di Bologna

Risorgimento

Battaglia della Montagnola

LEGATI E GOVERNATORI DELLO STATO PONTIFICIO (1550-1809). – Direzione Generale Archivi
http://www.archivi.beniculturali.it

 

Bologna dopo il Congresso di Vienna 1815


“IL COMMISSARIO PONTIFICIO DELLA PROVINCIA DI BOLOGNA. AVVISO”: manifesto originale datato Bologna 23 settembre 1815, di cm. 59 x 44, fatto stampare dal Commissario L. SALINA dalla Tipografia Sassi.
Il testo comincia dicendo che dall’11 settembre si stava cercando di organizzare la liquidazione del Debito Pubblico e si dà conferma dell’apertura di un ‘Ufficio di Denuncia’ atto a tale scopo. Esso è diviso in numerosi articoli che dovevano ragguagliare l’amministrazione pontificia con i passati governi francesi o austriaci dopo il Congresso di Vienna. Un articolo rivela che il cessato Governo Italiano (francese, quello al potere dal 14 febbraio 1802 al 28 gennaio 1814) aveva rifiutato di liquidare tali titoli e lo Stato Pontificio invece invita a ripresentarne la denuncia. Si nominarono poi ‘Creditori di terza classe’ quelli che vantavano crediti di Debito Pubblico tra il 28 gennaio 1814 e il 18 luglio 1815 durante il passato Governo Austriaco. I fogli per le denuncie erano vendibili a Bologna presso la stessa Tipografia Sassi.
Molto interessante e raro, ricordiamo che il Congresso di Vienna terminò il 9 giugno di quell’anno.
Ottimamente conservato e completo in ogni sua parte.
Collezione Personale

La Filografia


Filografia è una parola recente che non molti conoscono. 
La Filografia (termine composto da philos e graphia: scrittura) è lo studio e collezionismo di tutte le tracce relative alla scrittura, dai caratteri sumeri alle lettere inviate nello spazio, dalle pergamene medievali alla dematerializzazione della parola scritta nei messaggi diposta elettronica e negli SMS. Ogni reperto filografico non è dunque il singolo testimone di un’epoca, di una cultura o di una civiltà, ma è il puzzle per ricomporre la civiltà della scrittura. La storia della parola scritta, inevitabilmente, si muove trasversalmente ad altre forme di collezionismo e di studio storicamente più conosciute: la storia postale, la prefilatelia e la filatelia stessa. Attraverso la raccolta, lo studio e l’analisi di antiche missive nella loro complessità (la tipologia, il contenuto, il francobollo, l’annullo postale) è, infatti, possibile ricostruire straordinari frammenti della nostra storia.
Il neologismo nasce, in questa accezione, in seno alla casa editrice Bolaffi che nel 2007 ha pubblicato il catalogo “Forum. Catalogo della filografia e della filatelia” e ha inaugurato il Museo della filografia e della comunicazione
Esistono nella storia della civiltà fondamentalmente due tipi di lettere: quello che si potrebbe chiamare della “lettera di comunicazione”, con cui l’uomo esprime a un altro uomo le esigenze pratiche più diverse, e quello della “lettera d’espressione”, volta invece a comunicare affetti, sentimenti, ideali, illusioni, progetti di vita, speranze. Ogni tipo di lettera è quindi di per se stessa estremamente significativo.
Non ci stupisce dunque che nel romanzo Vite Corsive sia proprio una lettera, una vecchia missiva vergata in corsivo, a diventare il fulcro di un’intricata indagine da una sponda all’altra dell’oceano. La sensuale ispettrice Loreta Assensi ed il Filografo, in un mondo digitale dove carta ed inchiostro stanno per essere abbandonati definitivamente, troveranno nella filografia la chiave di volta per risolvere un misterioso caso d’omicidio.

I testi sono stati estrapolati dalle seguenti fonti:

Dadaisti