Cartolina Postale di Stato 1937 – XV anno – Preaffrancata 30 cent


Cartolina Postale di Stato 1937 – XV anno – Preaffrancata 30 cent

147×105

Monte San Pietro, Bologna

 

Fronte

Affrancata 30 cent. Ferrovie isolato e annullo meccanico PUBBLICITARIO della 

LOTTERIA AUTOMOBILISTICA DI TRIPOLI

 

Retro 

Alcuni Cenni di Storia della Cartolina Postale di Stato estratti dal seguente sito:

http://www.postaesocieta.it/magazzino_totale/pagine_htm/cartoline_postali.htm

La cartolina postale (dal regolamento postale definita “cartolina per corrispondenza”) venne introdotta in Italia il 1 Gennaio 1874 dopo che da alcuni anni era in uso all’estero. Inizialmente per le norme U.P.U. solo quelle emesse dalle amministrazioni statali potevano fregiarsi di tale appellativo.

Ufficialmente nacque in Austria-Ungheria, emessa dall’Amministrazione postale di quel paese il 1° Dicembre 1869 (o il 1° Ottobre 1869?) come cartoncino postale a tariffa ridotta (il peso ridotto ne faceva una mezza lettera che giustamente richiedeva meno affrancatura).

In verità già da tempo nelle aziende e presso gli uffici che necessitavano di molti contatti epistolari erano in uso per economia e praticità dei cartoncini prestampati da completare e spedire senza busta (affrancati come lettere).

Tale pratica era una semplificazione sia per il mittente che per il destinatario nelle operazioni di scrittura, controllo e di archiviazione.

L’innovazione a tariffa ridotta ebbe quindi un immediato successo, seguìto dai principali paesi del mondo (è da sottolineare, e ripetere, che la facilitazione a tariffa ridotta riguardava solo l’oggetto cartolina emessa dallo stato, non si poteva perciò applicare ai cartoncini di emissione privata, che invece erano da affrancare come lettera).

Al suo esordio in Italia la Cartolina Postale emessa dall’amministrazione postale era di formato ridotto, aveva impressa una immagine di Re Vittorio Emanuele II°, con il valore postale dell’oggetto impresso sulla cartolina. Per regolamento, da allora, sulle cartoline del Regno fu sempre impressa l’immagine reale. L’impronta con il ritratto Reale era stata scelta per evitare falsificazioni, inoltre era di un colore inedito che non assomigliava a nessun francobollo per evitare ritagli da incollare sulle buste.

La cartolina era divisa burocraticamente in un recto o fronte ad uso della posta con l’indirizzo del destinatario (lato su cui era stampata l’immagine o il valore postale) e da un verso o retroad uso del mittente per gli scritti. Era stato specificato dalla normativa che poteva essere scritta a matita o a penna con colori a piacimento, che era esonerata dall’obbligo di firma e poteva essere raccomandata.

Dimensioni

 

La normativa delle cartoline per corrispondenza venne mutata nel tempo con continui aggiustamenti; per esempio si mutarono anche le misure, nel regolamento postale del 1908 troviamo che le cartoline prodotte dall’industria privata non devono essere superiori a quelle dell’amministrazione postale che erano di: mm 140 X 90, peso massimo grammi 5, né essere inferiori ai mm 100 X 70 (le cartoline postali “piccole” da Cent 5 dell’89 per il distretto erano state emesse di mm 110 X 70).

Questo formato venne mantenuto per molti anni in tutte le emissioni delle cartoline postali (comprese le cartoline in franchigia militare della guerra “15 – 18).

Nella lunga storia delle cartoline postali si ebbero parecchie variazioni nel disegno degli stemmi stampati sul fronte dal lato indirizzo, nella prima emissione lo stemma era molto semplice, il solo scudo crociato dei Savoia. Successivamente divenne imbandierato e con ghirlande di quercia ed alloro, poi acquisì il Collare dell’Annunciata, poi perse le bandiere, per finire abbinato allo stemma fascista e successivamente fuso con i fasci.

Le misure cambiarono il 1° Luglio 1931 con l’emissione della serie di quattro cartoline di uguale valore con immagini diverse, stampate sul lato indirizzo, celebranti l’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria di Milano; il nuovo formato di mm 150 X 105 fu poi mantenuto (millimetro più millimetro meno) fino alla fine del periodo di nostro interesse. In questa ultima serie l’impronta di valore applicata era la nuova effige del Re da 30 cent della serie”Imperiale”, con la stessa dimensione del francobollo di mm 17 X 21. Successivamente sulle cartoline ne fu aumentata la dimensione a mm 19,5 X 24,5 per evitare che venisse ritagliato e usato in affrancatura come ricupero, (cosa che avvenne ugualmente nonostante fosse vietato).

Ulteriori informazioni sul collezionismo e storia postale al seguente link:

http://www.storiapostale.org

In evidenza

BAMBOLA di CELLULOIDE, LA BAMBOLA da boudoir Furga, 1920\30c.


La #bambola da boudoir #Furga 1920\30c.

collezione personale, esemplare numerato con timbro.

FURGA – BAMBOLA BOUDOIR

Ditta Furga

In alcuni documenti datati al primo ventennio del Novecento, la Furga, nota azienda di bambole e giocattoli, veniva citata con queste parole: “Produce in ispecie bambole di cera e biscuit che sono molto ricercate in commercio per la loro ottima fabbricazione”
La famosa azienda italiana Luigi Furga & C. nacque, nel1870, grazie all’intuizione di Luigi Furga Gornini, un nobiluomo di Mantova che a Canneto sull’Oglio aveva la sua residenza estiva e vari possedimenti terrieri. Luigi Furga era un uomo intraprendente, lungimirante e temerario che, scommettendo tutte le sue carte e le sue iniziative nel campo delle bambole e del giocattolo, in pochissimi anni trasformò un piccolo paese, come Canneto, in un centro universalmente noto come uno dei più importanti distretti industriali del Made in Italy. Inizialmente, Furga impiantò nel suo palazzo un laboratorio per la fabbricazione di maschere carnevalesche, in cartapesta. Ma dopo cinque anni, decise di effettuare un cambio di rotta e sfruttando l’esperienza ormai acquisita nella lavorazione della cartapesta diede vita alla prima fabbrica italiana di bambole. Quello che a molti era sembrato un salto nel buio si rivelò un’idea vincente e da lì il problema di Luigi Furga Gornini fu solo quello di imparare a diventare “grande”.
Inizialmente Luigi Furga importava le teste in biscuit dalla Germania; ciò è confermato dal ritrovamento, nelle cantine del Palazzo Furga, di numerose teste dell’azienda tedesca Heubach di Köppelsdorf. Ma dal 1922, decise di produrle in proprio senza l’ausilio di nessuna altra azienda…A questo punto vi invito ad approfondire la storia dell’azienda Furga, attraverso un articolo, arricchito da immagini e molto dettagliato, dal titolo

Cent’anni di storia (e oltre) della bambola italiana:la Furga

Ma purtroppo, tutti i sogni sono destinati a finire.
Dal 1970 in poi, l’azienda, che aveva dato vita ad Andrea, Poldina, Giacomino, Ambrogino, Ninì e Nanà, alcune tra “le piu’ belle bambole del mondo”, così come recitava il famoso slogan pubblicitario che le accompagnava, iniziò ad affrontare un lento ma ineluttabile declino. Malgrado, un’indiscutibile esperienza, proveniente da passione e ricerca, ed un altissimo livello d’immagine e di qualità raggiunto in tutto il mondo, l’azienda venne investita dalla grave crisi economico-finanziaria del giocattolo tradizionale e dalle forti turbolenze politiche in atto. Nel 1993, il crollo: la Famiglia Furga perse definitivamente il controllo dell’azienda. La linea di produzione venne assorbita da una nota azienda di giocattoli, situata a Canneto s/Oglio:la Grazioli spa. Tuttora , la Grazioli che ha cambiato nome in Grand Soleil, si occupa di una piccola produzione di bambole e bèbès contrassegnati Furga. Nel sito dell’azienda troverete una pagina di presentazione dedicata agli ultimi modelli delle linee Furga Boutique e Furga Clan.
Per ricordare quanta parte, la Luigi Furga & C., ha avuto nella storia del giocattolo italiano, nelle ottocentesche sale del Centro Sociale di Canneto sull’Oglio, è nata laRaccolta del Giocattolo, intitolata a Giulio Superti Furga, ultimo ad aver ereditato l’azienda. Il museo, arricchito, nel corso degli anni, grazie anche alle generose donazioni da parte di singoli collezionisti, è dedicato interamente alle bambole prodotte dalla storica Furga.
Bambola Furga da Boudoir – C.p

[…]”Per cercare di contrastarne la concorrenza Lenci,la Furga avviò una produzione di bambole in cartone pressato ricoperto di feltro che durò per una ventina d´anni.I soggetti erano bambole-bambine e bebè destinati al gioco e bambole da boudoir dall´espressione altera e l´abbigliamento sfarzoso.In queste bambole i lineamenti del viso erano dipinti a mano.La costruzione si faceva inumidendo con una miscela di acqua e sapone del cartoncino che in seguito veniva stampato con presse e bilanceri in due metà che venivano successivamente incollate.”[…]
dal sito:

dettagli
Vedi informazioni ulteriori al sito: Museo Furga
— Museo del giocattolo “Giulio Superti Furga” —

Per ricordare quanta parte, la Luigi Furga & C., ha avuto nella storia del giocattolo italiano, nelle ottocentesche sale del Centro Sociale di Canneto sull’Oglio, è nata laRaccolta del Giocattolo, intitolata a Giulio Superti Furga, ultimo ad aver ereditato l’azienda. Il museo, arricchito, nel corso degli anni, grazie anche alle generose donazioni da parte di singoli collezionisti, è dedicato interamente alle bambole prodotte dalla storica Furga.



Ceramiche Art Deco – Le figure femminili


Art Deco

Settembre – Spitalfields Market – Londra
Statuina con coppia di figure femminili, provenienti da un bordello tedesco degli anni 20\30
del secolo scorso.
Manca il parasole, ma non l’eleganza formale e cromatica
di queste due splendide e delicate dame dal gusto deco.
sedute e raccolte in un tenero momento di intimità.
Altro raro esempio di stile Belle Epoque, a sottolineare quanto l’influenza dello stile 
dell’Art Nouveau e di tutte le sue interpretazioni nei luoghi e nel tempo
abbiano influenzato questo periodo in tutte le dimensioni delle arti applicate.
Gusto ed Estetica, ricercatezza, stile, leggerezza, armonia e delicatezza.
Link:
Ceramiche Art Deco link:
Video Femmine Folli e Polvere d’acciaio – Istituto Luce
http://webtv.cubovision.it/video/intrattenimento/cinecitta_luce/doc/dv-50227631.html

Un Piccolo Grande Attore – Com’è nato “Topolino” da Il Resto del Carlino del 26 Settembre 1934 Anno XII


#TOPOLINO

90° Anniversario

RESTO DEL CARLINO

 D.o.-C.p.
(Il giornale mi è stato donato dalla Sig.ra L.Lodi, nipote del Sig. Rizzardi, destinatario dell’abbonamento
al Resto del Carlino)
La scansione è volutamente parziale, chi interessato mi può contattare.
Da questo numero de: Il Resto del Carlino del 26 Settembre 1934, Anno XII, trovo all’interno una pagina dedicata alle: OMBRE e LUCI dello SCHERMO
con un illuminate articolo firmato Walt Disney su com’è nato “Topolino”
che copio qua di seguito, con l’immagine della scansione, anche questa parziale.
L’illustratore della scenetta sopra rappresentata dal titolo:
Mentre si gira: – Oh, finalmente possiamo restare un momento soli..
è del caricaturista Umberto Tirelli a cui dedicherò un post.

 

 

UN PICCOLO GRANDE ATTORE

Com’è nato “Topolino”

( Walt Disney è un giovanotto alto, elegante, capelli gettati indietro, occhi quasi neri, baffetti americanissimi.
E’ nato a Chicago il 5 Dicembre del 1901. Egli è sempre più stupito e confuso per il successo ottenuto dal suo precoce figliolo. Modesto per natura, si studia di razionalizzare il successo di Mickey Mouse con diffidenza
evidente. Ecco come Disney stesso narra la sua vita e fa la storia del concepimento di Mickey Mouse).
Mickey non è stato creato in una sola notte. E’ nato nella mia testa molto prima che nascesse sulla carta e sulla celluloide, ma contrariamente ai bambini prodigio, gli è stata necessaria una lunga educazione prima di diventare ciò che è.
Tredici anni fa, un giovane disegnatore squattrinato, divideva il suo lavoro e la sua povertà con dei topolini che gli tenevano compagnia in una camera al sesto piano a  New York. I topolini erano i suoi soli amici: i loro leggeri movimenti pieni di intelligenza erano la sola ricreazione del giovane artista povero e senza speranze. Ma un bel giorno, l’artista fu cacciato dal suo sesto piano, fu separato dai suoi amici e si fece assumere come groom in un ireno che partiva per il west, e un bel giorno giunse a Los Angeles.
Quell’artista ero io. Sbarcavo, naturalmente a Los Angeles, con l’idea di far fortuna, ma come cominciare?
Mio fratello Roy lavorava già come disegnatore a Hollywood. Fu con lui che concepii la prima idea di fare qualche disegno animato per il cinematografo. In una vecchia autorimessa abbandonata, cominciammo a lavorare. Roy, io e una ragazzina – una vera ragazzina in carne e ossa – che non aveva più di quindici anni e che era l’eroina del film, insieme con una processione di animali di cartone, ciascuno dei quali eseguiva movimenti comici e divertenti. […]
 
[…] Fu così che l’idea d’un animale di celluloide nacque nella mia testa: l’idea di Mickey maturava a poco a poco, ma Mickey, benchè quasi in embrione nel mio cervello, non veniva ancora al mondo.
fu preceduto da “Oswald” – l’oca – che, con i suoi movimenti buffi e ridicoli avrebbe fatto ridere il mondo intero.[…]
 
[…]Ma, a poco a poco, il pubblico cominciò a stancarsi di “Oswald”. Mi accorsi presto che il disastro mi guatava, e allora corsi a New York a prender consiglio.[…]
 
[Ero triste e quasi in lagrime , quando un idea mi balenò. Volli visitare ancora una volta la camera al sesto piano in cui avevo trascorso i primi giorni della mia esistenza commerciale. Nel salire, in una gabbietta, che era nell’alloggio della portinaia, scorsi una mezza dozzina di topolini bianchi. Rimasi davanti a questa gabbia parecchi minuti, e a mano a mano che seguivo i movimenti dei piccoli rosicchianti, l’idea mi venne di un topolino di carta, buffo e comico, che sarebbe stato poi l’eroe di un film.[…]
 
[…] La mia testa lavorava con tanto ardore che già a metà viaggio avevo dato al mio figlio un paio di calzoni di velluto rosso, due grossi bottoni di madreperla e i baffi che tutto il mondo conosce e che sono rimasti in seguito a Mickey.[…]
 
[…Così cominciò il primo film il cui eroe era Mortimer, il Topolino animato, ma l’accoglienza che fece il mio agente d’affari a questo nome fu tale che mi consigliò – prima ancora di presentare “Mortimer” al mondo – di cambiargli il nome.[…]
 
[…] Bastò quindi che dessi a Mickey una compagna, Minnie, e il trionfo fu assicurato. Mickey e Minnie ballarono in seguito perfino a tempo di musica. Che si poteva volere di più?
 
WALT DISNEY
 
IL RESTO DEL CARLINO – 26 SETTEMBRE 1934 A. XII
 
 
Stazione di Bologna Luglio 2016
Stazione Centrale di Bologna – Luglio 2016

Cartolina Illustrata Buona Pasqua – 1939 REGNO POSTA MILITARE 10 CENT


 Retro Cartolina Postale
D.o -C.p

Francobollo:

1939 REGNO POSTA MILITARE 10 CENT
Cartolina Illustrata e francobollo: vedi link sulla storia della Posta Militare Italiana 1939-45

Sul servizio Postale Militare Italiano
http://www.postaesocieta.it/magazzino_totale/pagine_htm/posta_militare.htm

Sul Listino e Storia Francobolli Regno vedi:
http://www.vaccari.it/filatelia/pn/index.php?_z=reg

La casa sull’albero, Franca Rocchi, mia madre 1955/60


La casa sull’albero, Franca Rocchi,

mia madre 1955/60

Auguri, buon compleanno
«Sono stata allevata in campagna, e ho
creduto tanto a lungo alla realtà di
certe visioni che io non ho sperimentato
ma che ho visto sperimentare intorno a
me che, ancora oggi, non saprei
davvero precisare dove finisce la realtà
e dove inizia l’allucinazione»
(George Sand)
La casa sull’albero non è un sogno, non lo è mai stato per me;
ho sempre tenuto vicino al cuore questa favola incorniciata,
ho sempre pensato a te bambina, che ti costringi a scendere
e a diventare grande con una figlia a soli 21 anni,
quando in realtà non ci pensavi minimamente di scendere…
..e lo rivedo ora nei tuoi occhi, lo stesso sorriso di chi è rimasto
sulla casa sull’albero. Come biasimarti mamma, ci starò io
per tutta la vita, lassù. Ci starò io anche per te!
E in fondo ci stiamo entrambe, anche in questi giorni
così difficili, (la nonna riposa lì) i sogni rimangono sempre, nella casa sull’albero….
(Ricordo 2012)

Io e mia madre


La busta arancione – Mario Soldati


“Tu, di fronte a me, sei uno zero!”

La busta arancione – Mario Soldati
Arnoldo Mondadori Editore
1° Edizione 1966
“Voleva spiare sul mio volto le tracce, o leggere nel mio sguardo la confessione, dei peccati da me commessi e che tanto la facevano soffrire: in realtà, credeva che la facessero soffrire come peccati, era come tradimenti che la facevano soffrire. E non tanto la prontezza del gesto con cui aveva strappato il foulard, quanto la strenua persistenza di questa volontà d’indagare gelosa mi rassicurava che non fossimo affatto alla fine.”
pagg.177\178
“Salvo la permanente sempre in ordine, un po’ di rossetto, e qualche camicetta di seta, Pierina
era identica all’anno prima: ma per me adesso, era come una divinità che veneravo segretamente.
Non passavo mai davanti al terrazzino senza che mi battesse il cuore. Coglievo ogni pretesto,
uscivo varie volte al giorno, per poterla vedere, per salutarla, perché lei rispondesse al mio saluto:
ma non osavo salutarla sempre, e cioè a troppo breve distanza di un tempo una volta dall’altra:
e così mi capitava di contentarmi di passare sotto il terrazzino e di levare lo sguardo quanto bastava
per vedere le sue gambe, che erano grosse ma fatte benissimo:
con i polpacci potenti, e le caviglie sottili. Quelle gambe, intraviste tra le foglie del glicine,
e sempre, nonostante il calore estivo, ben inguainate e ben modellate dalla seta delle calze,
con le scarpette nere, lucide, dal tacco a punta, restano ancora tra le memorie più care
e più disperate della mia vita.
Perché ho scritto “disperate”? Dio solo sa se, più tardi, e specialmente dopo la morte di mia
madre, mi sono rifatto! Ma no, non so… Sento vagamente che quella visione era colma di
una voluttà misteriosa e suprema, piena di un desiderio che, forse, negli anni successivi, non ho
provato, mai più. con tanta violenza. E la ragione potrebbe essere questa:
che dopo di allora. forse, non mi sono sentito, mai più, così lontano
dalla possibilità di una soddisfazione!
Desiderare e sapere positivamente che il desiderio non sarà esaudito:
era la crudeltà stessa di questa contraddizione a trasformare le gambe di Pierina
in qualche cosa di sublime: un immagine, per me, al tempo stesso naturalissima e
sovrannaturale.”
pagg.48\49
“…è come se io non esistessi…!”


Mario Soldati e la Letteratura

“Credo che nei miei libri ci sia sempre una certa allegria. Anche quando sono tristi, mentre li leggi, non te ne accorgi. Mi torna in mente un’espressione che Giacomo Debenedetti usò per il mio romanzo La busta arancione. Chi lo trova triste, chi tragico. Lui mi disse: «Non importa. Quel che conta è che a un certo momento tu fai sentire quella tua marcia ungherese». La frase mi colpì e domandai a Massimo Mila: c’è un genere musicale a sé chiamato marcia ungherese? Mi disse che è un unicum, inventato da Berlioz nella Dannazione di Faust. […] Un pezzo di musica esaltante,dove c’è un po’ di tutto: pennacchi, tamburi, girandole, farandole, speroni; e va avanti, ed è sempre una marcia con tante variazioni, credo che un po’ in tutte le cose che scrivo ci sia questa marcia ungherese”.

Soldati a Nello Ajello, «La Repubblica», 29 novembre 1985

“Nei miei romanzi c’è sempre dell’autobiografia. La mia opera più fantastica è Lo smeraldo, eppure proprio in essa che dovrebbe essere la meno autobiografica, esistono dei passi che appartengono alla mia vita: i figli, il messaggio telepatico che riguarda la morte della mia prima moglie. Insomma, pur essendo inventato, Lo smeraldo è uno dei più vissuti dei miei romanzi”.

Soldati ad Anna Maria Rotoli, 5 aprile 1978 (in Soldati, a cura di Massimo Grillandi, 1979)

Le opere letterarie

* La madre di Giuda (tragedia in un atto, in versi), 1923;
* Pilato (tragedia in tre atti), Torino, Sei, 1925;
* Catalogo della galleria d’arte moderna del museo civico di Torino 1927;
* Salmace (sei novelle), Novara, “La Libra”, 1929; ripubblicato con una nota di C. Garboli, Milano, Adelphi;
* America primo amore, Firenze, Bemporad, 1935, poi: Roma, Einaudi, 1945; Milano, Garzanti, 1956; Milano, Mondadori, 1959 e 1976; Milano, Emme Edizioni, 1975; (con lo pseudonimo di Franco Pallavera)
* Ventiquattro ore in uno studio cinematografico, Milano, Corticelli, 1935, poi: Palermo, Sellerio, 1985;
* La verità sul caso Motta, Milano, Rizzoli, 1941, poi: Milano, Mondadori, 1967 e 1973;
* L’amico gesuita (racconti), Milano, Rizzoli, 1943, poi: Milano, Mondadori 1979;
* Fuga in Italia, Milano, Longanesi, 1947, poi: Milano, Edizioni Scolastiche Mondadori 1969;
* A cena col commendatore, Milano, Longanesi, 1950, poi: Milano, Mondadori, 1961 e 1977;
* L’accalappiacani, Roma, Atlante, 1953;
* Le lettere da Capri, Milano, Garzanti, 1954, poi: Milano, Mondadori, 1961, 1976 e successive edizioni;
* La confessione, Milano, Garzanti 1955, poi: Milano, Mondadori, 1959 e 1980 e Milano, Adelphi, 1991;
* I racconti, Milano, Garzanti, 1957;
* Il vero Silvestri, Garzanti, 1957, poi: Milano, Mondadori, 1959 e 1971;
* La messa dei villeggianti, Milano, Mondadori, 1959, poi: 1982;
* I racconti 1927-1947,Milano, Mondadori, 1960 (riedizione dei Racconti, Milano, Garzanti, 1957);
* Canzonette e viaggio televisivo (poesie), Milano, Mondadori, 1962;
* Storie di spettri (racconti), Mondadori, 1962;
* Le due città (romanzo), Milano, Garzanti, 1964, poi: Milano, Garzanti, 1985;
* La busta arancione (romanzo), Milano, Mondadori, 1966, poi: Mondadori, 1984;
* I racconti del maresciallo, Mondadori, 1967;
* Fuori (cronache di viaggio), Mondadori, 1968;
* Vino al vino – Viaggio alla ricerca dei vini genuini, Mondadori, 1969, poi: Mondadori, 1981;
* I disperati del benessere (viaggio in Svezia), Mondadori, 1970;
* L’ultimo Don Chisciotte, prefazione a H. Furst, Il Meglio,
Milano, Longanesi, 1970;
* L’attore (romanzo), Milano, Mondadori 1970, poi: Mondadori, 1975, quindi Milano-Novara, Mondadori-De Agostini, 1986;
* 55 novelle per l’inverno, Milano, Mondadori, 1971;
* Vino al vino 2, Milano, Mondadori, 1971, poi: Milano, Mondadori, 1981;
* Da spettatore (cronache del cinema), Mondadori, 1973;
* Un prato di papaveri (diari), Mondadori, 1973;
* Il polipo e i pirati (fiaba illustrata), Milano, Emme Edizioni, s.d. [ma 1974];
* Lo smeraldo (romanzo), Milano, Mondadori, 1974, poi: Mondadori, 1985;
* Lo specchio inclinato (diari), Mondadori, 1975;
* Vino al vino 3, Mondadori, 1975, poi: Mondadori, 1981;
* La sposa americana (romanzo), Mondadori, 1977, poi: Mondadori, 1980;
* Lettere di Mario Soldati, Mondadori, 1979;
* Addio diletta Amelia (ritorno in America), Mondadori, 1979;
* 44 novelle per l’estate, Mondadori, 1979;
* La carta del cielo (antologia per la scuola media a cura di N. Ginzburg), Torino, Einaudi 1980;
* L’incendio (romanzo), Milano, Mondadori, 1981;
* La casa del perché (racconti), Mondadori, 1982;
* Lo scopone, in collaborazione con Maurizio Corgnati, Mondadori, 1982;
* Nuovi racconti del maresciallo, Milano, Rizzoli, 1984;
* L’architetto (romanzo), Rizzoli, 1985;
* L’avventura in Valtellina (diario), Bari, Laterza, 1986;
* Ah! Il Mundial! (cronaca sportiva), Milano, Rizzoli, 1986;
* El Paseo de Gracia (romanzo), Rizzoli, 1987;
* Regione regina (raccolta di scritti già editi dedicati alla Liguria), Roma, Laterza, 1987;
* Rami secchi (ritratti e ricordi), Milano, Rizzoli, 1989;
* Le sere (ritratti e ricordi), 1994, Rizzoli.

Le evoluzioni dell’uomo-sandwich – La lettura- Ottobre 1913


L’evoluzione dell’Uomo – Sandwich
articolo di Franco Bianchi

La réclame, o il richiamo o la grida se più vi piace, dev’essere tenuta al mondo con l’uomo: già il serpente, là nel paradiso terrestre, doveva averne qualche nozione, se riuscì così bene a il suo pomo come il .
Ed è nota anche quella irriverente risposta di un commerciante a chi gli rimproverava l’eccesso di pubblicità:
– Che volete? Anche il buon Dio ha bisogno che si suonino le campane per lui![…]
[…] La Francia, mondana, manda per le vie di Parigi i bonisseurs, in stiffelius inappuntabile, ghette, cilindro a otto riflessi, e, in particolare di prima necessità, la caramella. Tra parentesi: non andate a cercare bonisseurs nè sul Littré nè sul dizionario dell’Acadèmie; sarà molto se su qualche dizionario di amnica larga, troverete, col marchio infamante di neologismo, la parola boniment, da cui deriva quella, neologismo alla seconda potenza. E boniment significa: . […]
[…] Ma per trovate, talora forse un po’ goffe, ma più spesso graziose, emerge senza dubbio la Germania. Certo, insigni di goffagine sono i due uomini-sandwich di un circo equestre di cui diamo un campione; essi non si distinguono che per un affastellamento di stranezze senza grazia: camminano su rotelle, hanno occhiali da automobilisti, e, in capo, due enormi Stürmer, i tedeschissimi berretti d’associazioni studentesche, che di sera, illuminandosi per di dentro, fanno risaltare le parole: “Gran Circo: serata di gala!”. […]
Splendida, purtroppo molto compromessa, ma leggibile
IV di copertina – La lettura Ottobre 1913
Pubblicità Suchard – Chocolat Cacao Milka Velma Noisettine
Da questo articolo, emergono chiaramente quelli che sono, veri e propri embrioni
di luoghi comuni che a tutt’oggi, dopo circa 100 anni, ancora persistono.
Come la grossolanità dei tedeschi, la ricercatezza snob francese, la compostezza inglese
e la grandezza esagerata americana. 
Quanto è difficile sradicare le convinzioni, le etichette ed i luoghi comuni; 
a riprova del fatto, che forse
ne esiste una ragione antica e spesso di spessore. Non solo costume.

Léon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926


Lettere alla fidanzata

Leon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926
D.o – C.p.
Traduzione di Ferruccio Rubbiani
[…]”Questa traduzione delle sue lettere amorose, a pochi anni dalla loro pubblicazione in Francia,
è anche la prima traduzione italiana di un’opera di lui.” […]

Pag.71 Parigi, 21 Novembre 1889
Mia Jeanne amata,

[…] Ti ho ho detto l’altro giorno uno dei miei segreti più dolorosi. Tu l’hai accettato generosamente.
Ma ho paura che questa generosità non sia l’effetto di una eccessiva innocenza. Sono triste naturalmente
così come si è piccoli o come si è biondi. Sono nato triste, profondamente, orribilmente triste
e sono posseduto dal più violento desiderio della gioia soltanto in virtù della legge misteriosa che attira i contrari. Se tu diventerai mia moglie dovrai curare un malato. Mi vedrai passare, qualche volta all’improvviso,
senza causa evidente e senza transizione, dalla più viva allegria alla più tetra melanconia.
Ma ecco una cosa ben strana e che non pretendo di spiegare. Malgrado l’attrazione potente
esercitata su di me dall’idea vaga della felicità, la mia natura, più forte ancora, mi spinge
verso il dolore, verso la tristezza, forse verso la disperazione.
Mi ricordo che da bambino ho rifiutato spesso con indignazione, con rivolta, di prendere parte
a giuochi ed a divertimenti la sola idea dei quali m’inebriava di gioia, perché trovavo più nobile soffrire e far soffrire me stesso rinunciandovi. Nota bene, amica mia, che questo avveniva al di fuori di ogni calcolo,
di ogni concetto religioso. Soltanto la mia natura agiva oscuramente. Amavo istintivamente il dolore, volevo essere sventurato. Questa sola parola: mi entusiasmava. Credo di aver ereditato da mia madre, l’anima spagnola della quale era ad un tempo così ardente e così tetra, e la principale attrattiva del cristianesimo è stata per me l’immensità dei dolori del Cristo, il grandioso, trascendentale orrore della sua Passione. Il sogno inaudito di quell’innamorata di Dio che domandava un paradiso di torture, che voleva soffrire eternamente per Gesù Cristo e che concepiva così la beatitudine, mi sembrava allora e mi sembra oggi ancora la più sublime di tutte le idee umane. Ho scritto tutto questo nel Désespéré ai capitoli X, XII e XIII.
E’ evidente che un povero essere umano fatto in questo modo doveva essere il più gran nemico di sé stesso e il suo primo carnefice. Quando sono diventato un uomo ho crudelmente mantenute le promesse della mia
infanzia pietosa e la maggior parte dei dolori veramente orribili che ho sopportati sono stati certamente opera mia, sono stati decretati da me contro me stesso con ferocia selvaggia. […]
Léon Bloy
Léon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926
Link su Bloy:
LO SPECCHIO DEGLI ENIGMI
pagg. 129\133
Jorge Luis Borges Altre Inquisizioni Adelphi 
Il pensiero che la Sacra Scrittura abbia (oltre al suo valore letterale) un valore simbolico non è irrazionale ed è antico; si trova in Filone di Alessandria, nei cabalisti, in Swedenborg. Siccome i fatti narrati dalla scrittura sono veri (Dio è la verità, la verità non può mentire, eccetera), dobbiamo ammettere che gli uomini, nel compierli, rappresentano ciecamente un dramma segreto, determinato e premeditato da Dio. Di qui a pensare che la storia dell’universo – e in essa le nostre vite e la più tenue circostanza delle nostre vite – abbia un valore incongetturabile, simbolico, non c’è un tratto infinito. Molti devono averlo percorso; nessuno così mirabilmente come Léon Bloy. […]
Un versetto di San Paolo (1 Cor, 13,12) ispirò Léon Bloy.
“Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte: tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum”. Torres Amat miserevolmente traduce: “Al presente non vediamo Dio se non come uno specchio, e sotto immagini oscure: ma allora lo vedremo faccia a faccia. Io non lo conosco ora se non imperfettamente: ma allora lo conoscerò con una visione chiara, al modo che sono conosciuto”.
Quarantatré voci fanno l’ufficio di ventidue; impossibile essere più verbosi e più fiacchi.
Cipriano de Valera è più fedele: “Ora vediamo attraverso uno specchio, nell’oscurità; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte; ma allora conoscerò come sono conosciuto.”
Torres Amat ritiene che il versetto si riferisca alla nostra visione della divinità; Cipriano de Valera (e Léon Bloy) alla nostra visione generale. A quanto ne so, Bloy non dette alla sua congettura una forma definitiva.
Sparse per la sua opera frammentaria (nella quale abbondano, come tutti sanno, la lagnanza e l’ingiuria), ci sono versioni o facce distinte. Eccone alcune, che ho tratto dalle pagine clamorose di Le mendiant ingrat, di Le vieux de la Montagne e di L’invendable. Non credo di averle esaurite: spero che qualche specialista in Léon Bloy (io non sono tale) le completi e le rettifichi.
[…] La sesta è del 1912. In ciascuna delle pagine di L’Ame de Napoléon, libro il cui proposito è decifrare il simbolo di Napoleone, considerato come precursore di un altro eroe – uomo e simbolico anche lui – che sta nascosto nel futuro. Basterà citare due passi. Uno: “Ogni uomo è sulla terra per simboleggiare qualcosa che ignora e per realizzare una particella, o una montagna, dei materiali invisibili che serviranno per edificare la Città di Dio.” L’altro: “Non c’è sulla terra essere umano capace di affermare chi egli sia, con certezza.
Nessuno sa che cosa è venuto a fare in questo mondo, a che cosa corrispondono i suoi atti, i suoi sentimenti, le sue idee, né qual è il suo nome vero, il suo imperituro Nome del registro della Luce…La storia è un immenso testo liturgico nel quale le iota e i punti non valgono meno dei versetti o dei capitoli interi, ma l’importanza degli uni e degli altri è indeterminabile e sta profondamente nascosta.”
[…] Bloy (ripeto) non fece altro che applicare alla Creazione intera il metodo che i cabalisti ebrei applicarono alla scrittura. Questi pensarono che un opera dettata dallo Spirito Santo fosse un testo assoluto: vale a dire un testo dove la collaborazione del caso è riducibile a zero. Questa premessa portentosa di un libro impenetrabile alla contingenza, di un libro che è un meccanismo di propositi infiniti, li spinse a permutare
le parole della Scrittura, a sommare il valore numerico delle lettere, a valutare la loro forma, a prestare attenzione alle minuscole e alle maiuscole, a ricercare acrostici e anagrammi e ad altri rigori esegetici dei quali non è difficile farsi burla. La loro difesa è che nulla può essere contingente nell’opera di una intelligenza infinita.*  Léon Bloy postula questo carattere geroglifico – questo carattere di scrittura divina, di crittografia degli angeli – in tutti gli istanti e in tutti gli esseri del mondo. Il superstizioso crede di penetrare tale scrittura organica: tredici commensali articolano il simbolo della morte; un opale giallo, quello della disgrazia…
E’ dubbio che il mondo abbia un senso; è ancora più dubbio che abbia un duplice e un triplice senso, osserverà l’incredulo. Io credo che sia così; ma credo che il mondo geroglifico postulato da Bloy sia quello che meglio conviene alla dignità del Dio intellettuale dei teologi.
“Nessuno uomo sa chi è” affermò Léon Bloy. Nessuno come lui potrebbe illustrare questa ignoranza intima.
Si credeva un cattolico rigoroso e fu un continuatore dei cabalisti, un fratello segreto di Swedenborg e di Blake: eresiarchi.
*Che cos’è un intelligenza infinita? domanderà forse il lettore. Non c’è teologo che non la definisca; io preferisco un esempio. I passi che muove un uomo, dal giorno della sua nascita a quello della sua morte, disegnano nel tempo un’inconcepibile figura. L’Intelligenza Divina intuisce tale figura immediatamente, come quella degli uomini un triangolo. Quella figura (forse) ha la sua determinata funzione nell’economia dell’universo.


Stefan Zweig – Leggende – Casa Editrice Sperling e Kupfer Milano – 1937


Stefan Zweig
LEGGENDE
LA LEGGENDA DELLA TERZA COLOMBA – IL CANDELABRO SEPOLTO – 1937
GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO – 1922
RACHELE CONTENDE A DIO – 1930
Versione dal tedesco di Anita Rbo
Casa Editrice
Sperling & Kupfer S.A.
Milano 1937
Finito di stampare il 1° Ottobre del 1937
Pagg. 240 – Formato 14×23,5 …. L.25
Edizione numerata … 544
Prima Edizione
Unica traduzione autorizzata
I disegni contenuti nel libro sono di
BERTHOLD WOLPE di Londra
su Wolpe vedi:
sull’opera e l’autore vedi:
GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO
Non coll’astenersi dall’azione ottiene l’uomo
liberazione dall’attività,
Nè alcuno, nemmeno per un istante,
può rimanere inattivo.
Bhagavad Gita, canto terzo.
Che cos’è l’azione, che cos’è l’inazione? – Su questo
punto anche i saggi sono perplessi.
Poiché è necessario aver conoscenza dell’azione –
difficile ad intendere è la natura dell’azione.
Bhagavad Gita, canto quarto.
pag.153
Piccola nota relativa al Simbolismo Letterario:
Zweig pubblicò in tedesco nel 1907 un testo su
Emile Veharen
Baudelaire esercitò grande influenza sugli scrittori simbolisti.
Fra questi Verlaine, de Régnier, Mallarmé, Lautréamont, Corbière, Cros, Laforgue, ed i belgi Rodenbach, Verhaeren e Maeterlinck.
Zweig pose grande attenzione a questa corrente ed in particolare a Verhaeren.