Ceramiche Art Deco – Le figure femminili


Art Deco

Settembre – Spitalfields Market – Londra
Statuina con coppia di figure femminili, provenienti da un bordello tedesco degli anni 20\30
del secolo scorso.
Manca il parasole, ma non l’eleganza formale e cromatica
di queste due splendide e delicate dame dal gusto deco.
sedute e raccolte in un tenero momento di intimità.
Altro raro esempio di stile Belle Epoque, a sottolineare quanto l’influenza dello stile 
dell’Art Nouveau e di tutte le sue interpretazioni nei luoghi e nel tempo
abbiano influenzato questo periodo in tutte le dimensioni delle arti applicate.
Gusto ed Estetica, ricercatezza, stile, leggerezza, armonia e delicatezza.
Link:
Ceramiche Art Deco link:
Video Femmine Folli e Polvere d’acciaio – Istituto Luce
http://webtv.cubovision.it/video/intrattenimento/cinecitta_luce/doc/dv-50227631.html

Un Piccolo Grande Attore – Com’è nato “Topolino” da Il Resto del Carlino del 26 Settembre 1934 Anno XII


#TOPOLINO

90° Anniversario

RESTO DEL CARLINO

 D.o.-C.p.
(Il giornale mi è stato donato dalla Sig.ra L.Lodi, nipote del Sig. Rizzardi, destinatario dell’abbonamento
al Resto del Carlino)
La scansione è volutamente parziale, chi interessato mi può contattare.
Da questo numero de: Il Resto del Carlino del 26 Settembre 1934, Anno XII, trovo all’interno una pagina dedicata alle: OMBRE e LUCI dello SCHERMO
con un illuminate articolo firmato Walt Disney su com’è nato “Topolino”
che copio qua di seguito, con l’immagine della scansione, anche questa parziale.
L’illustratore della scenetta sopra rappresentata dal titolo:
Mentre si gira: – Oh, finalmente possiamo restare un momento soli..
è del caricaturista Umberto Tirelli a cui dedicherò un post.

 

 

UN PICCOLO GRANDE ATTORE

Com’è nato “Topolino”

( Walt Disney è un giovanotto alto, elegante, capelli gettati indietro, occhi quasi neri, baffetti americanissimi.
E’ nato a Chicago il 5 Dicembre del 1901. Egli è sempre più stupito e confuso per il successo ottenuto dal suo precoce figliolo. Modesto per natura, si studia di razionalizzare il successo di Mickey Mouse con diffidenza
evidente. Ecco come Disney stesso narra la sua vita e fa la storia del concepimento di Mickey Mouse).
Mickey non è stato creato in una sola notte. E’ nato nella mia testa molto prima che nascesse sulla carta e sulla celluloide, ma contrariamente ai bambini prodigio, gli è stata necessaria una lunga educazione prima di diventare ciò che è.
Tredici anni fa, un giovane disegnatore squattrinato, divideva il suo lavoro e la sua povertà con dei topolini che gli tenevano compagnia in una camera al sesto piano a  New York. I topolini erano i suoi soli amici: i loro leggeri movimenti pieni di intelligenza erano la sola ricreazione del giovane artista povero e senza speranze. Ma un bel giorno, l’artista fu cacciato dal suo sesto piano, fu separato dai suoi amici e si fece assumere come groom in un ireno che partiva per il west, e un bel giorno giunse a Los Angeles.
Quell’artista ero io. Sbarcavo, naturalmente a Los Angeles, con l’idea di far fortuna, ma come cominciare?
Mio fratello Roy lavorava già come disegnatore a Hollywood. Fu con lui che concepii la prima idea di fare qualche disegno animato per il cinematografo. In una vecchia autorimessa abbandonata, cominciammo a lavorare. Roy, io e una ragazzina – una vera ragazzina in carne e ossa – che non aveva più di quindici anni e che era l’eroina del film, insieme con una processione di animali di cartone, ciascuno dei quali eseguiva movimenti comici e divertenti. […]
 
[…] Fu così che l’idea d’un animale di celluloide nacque nella mia testa: l’idea di Mickey maturava a poco a poco, ma Mickey, benchè quasi in embrione nel mio cervello, non veniva ancora al mondo.
fu preceduto da “Oswald” – l’oca – che, con i suoi movimenti buffi e ridicoli avrebbe fatto ridere il mondo intero.[…]
 
[…]Ma, a poco a poco, il pubblico cominciò a stancarsi di “Oswald”. Mi accorsi presto che il disastro mi guatava, e allora corsi a New York a prender consiglio.[…]
 
[Ero triste e quasi in lagrime , quando un idea mi balenò. Volli visitare ancora una volta la camera al sesto piano in cui avevo trascorso i primi giorni della mia esistenza commerciale. Nel salire, in una gabbietta, che era nell’alloggio della portinaia, scorsi una mezza dozzina di topolini bianchi. Rimasi davanti a questa gabbia parecchi minuti, e a mano a mano che seguivo i movimenti dei piccoli rosicchianti, l’idea mi venne di un topolino di carta, buffo e comico, che sarebbe stato poi l’eroe di un film.[…]
 
[…] La mia testa lavorava con tanto ardore che già a metà viaggio avevo dato al mio figlio un paio di calzoni di velluto rosso, due grossi bottoni di madreperla e i baffi che tutto il mondo conosce e che sono rimasti in seguito a Mickey.[…]
 
[…Così cominciò il primo film il cui eroe era Mortimer, il Topolino animato, ma l’accoglienza che fece il mio agente d’affari a questo nome fu tale che mi consigliò – prima ancora di presentare “Mortimer” al mondo – di cambiargli il nome.[…]
 
[…] Bastò quindi che dessi a Mickey una compagna, Minnie, e il trionfo fu assicurato. Mickey e Minnie ballarono in seguito perfino a tempo di musica. Che si poteva volere di più?
 
WALT DISNEY
 
IL RESTO DEL CARLINO – 26 SETTEMBRE 1934 A. XII
 
 
Stazione di Bologna Luglio 2016
Stazione Centrale di Bologna – Luglio 2016

Le evoluzioni dell’uomo-sandwich – La lettura- Ottobre 1913


L’evoluzione dell’Uomo – Sandwich
articolo di Franco Bianchi

La réclame, o il richiamo o la grida se più vi piace, dev’essere tenuta al mondo con l’uomo: già il serpente, là nel paradiso terrestre, doveva averne qualche nozione, se riuscì così bene a il suo pomo come il .
Ed è nota anche quella irriverente risposta di un commerciante a chi gli rimproverava l’eccesso di pubblicità:
– Che volete? Anche il buon Dio ha bisogno che si suonino le campane per lui![…]
[…] La Francia, mondana, manda per le vie di Parigi i bonisseurs, in stiffelius inappuntabile, ghette, cilindro a otto riflessi, e, in particolare di prima necessità, la caramella. Tra parentesi: non andate a cercare bonisseurs nè sul Littré nè sul dizionario dell’Acadèmie; sarà molto se su qualche dizionario di amnica larga, troverete, col marchio infamante di neologismo, la parola boniment, da cui deriva quella, neologismo alla seconda potenza. E boniment significa: . […]
[…] Ma per trovate, talora forse un po’ goffe, ma più spesso graziose, emerge senza dubbio la Germania. Certo, insigni di goffagine sono i due uomini-sandwich di un circo equestre di cui diamo un campione; essi non si distinguono che per un affastellamento di stranezze senza grazia: camminano su rotelle, hanno occhiali da automobilisti, e, in capo, due enormi Stürmer, i tedeschissimi berretti d’associazioni studentesche, che di sera, illuminandosi per di dentro, fanno risaltare le parole: “Gran Circo: serata di gala!”. […]
Splendida, purtroppo molto compromessa, ma leggibile
IV di copertina – La lettura Ottobre 1913
Pubblicità Suchard – Chocolat Cacao Milka Velma Noisettine
Da questo articolo, emergono chiaramente quelli che sono, veri e propri embrioni
di luoghi comuni che a tutt’oggi, dopo circa 100 anni, ancora persistono.
Come la grossolanità dei tedeschi, la ricercatezza snob francese, la compostezza inglese
e la grandezza esagerata americana. 
Quanto è difficile sradicare le convinzioni, le etichette ed i luoghi comuni; 
a riprova del fatto, che forse
ne esiste una ragione antica e spesso di spessore. Non solo costume.

Libretto di Credito Libero – Cassa di Risparmio in Bologna 1932 – Pagella Opera Nazionale Balilla 1931- ’32


Libretto di Credito di mio nonno Rinaldi Renato
1932
Pagella Scolastica Opera Nazionale Balilla 
Anno Scolastico 1931 1932 Anno Era Fascista X
Delle Pagelle collezione completa annate
D.o- C.p

Costume Polisportivo – Rivista del T.C.I – N.8 AGOSTO 1913


Pubblicità del Costume Polisportivo per i soci del T.C.I con relativo foglio di ordinazione da staccarsi e da inviare alla Ditta, F. SPAGNOLINI – MILANO, con le spiegazioni per prendere le misure.
La creazione veniva eseguita con tessuto vero “khaki” inglese finissimo (adottato dall’armata coloniale)
Il VESTITO COMPLETO per UOMOera composto da giubba ed un pantalone al ginocchio, magliotto di lana con taschino, mollettieres ultimo modello ed un cappello feltro di forma speciale per L.70

Il COSTUME TAILLEUR per SIGNORA era composto di una elegante giacca foderata in sèrge di lana e maniche in seta, con relativa gonna (con piegone posteriore) per L.85


Sulla storia del Touring si rimanda al seguente link:
Sulla storia del costume:

La Moda Illustrata – Abbigliamento femminile fra Otto e Novecento -Ottocento


LA MODA ILLUSTRATA

LaModaIllustrataN.48-1885
LA MODA ILLUSTRATA – COLLEZIONE @SIMONARINALDI-KOLONISTUGA
LA MODA ILLUSTRATA
Giornale settimanale illustrato per le famiglie
due numeri
il n. 48 novembre 1895 e n. 49 di dicembre 1895
AFFRANCATI DA FRANCOBOLLI PER GIORNALI AUSTRIA
2 KREUZER VERDE
RetroN.48LaModaI_LI
Sulla moda femminile, il costume si veda il seguente link:
http://babilonia61.com/2010/05/12/la-moda-femminile-dell%E2%80%99ottocento/

Abbigliamento femminile fra Otto e Novecento

L’evoluzione dell’abbigliamento è specchio dell’evoluzione del ruolo femminile nella società: dalla crinolina, che ingabbia a metà dell’Ottocento la donna-bambola nel suo ambito domestico e salottiero, si arriva all’abito sciolto, senza busti e costrizioni, che nel Novecento asseconda l’uscita di casa da parte della donna adulta per affrontare le novità del mondo esterno, caratterizzato dalla tecnica e dalla velocità.
L’abito è simbolo di uno status sociale e riassume uno stile di vita: tra Otto e Novecento si assiste al distacco da una concezione “decorativa” dell’abito femminile per passare a una semplificazione dove si coniuga eleganza a praticità. Inoltre la moda è sintesi di linguaggi artistici diversi, come quello della pittura, dell’oreficeria e della tessitura. Henry van de Velde (1863-1957), l’architetto belga creatore dello stile Art Nouveau caratterizzato dalle lunghe linee serpeggianti derivate dalle forme della natura, incominciò ad inserire l’abito all’interno di una progettazione generale e unitaria delle arti, che, dall’architettura, si estendeva all’arredo e alle suppellettili.

Nel secolo del Romanticismo la moda riflette gli ideali e lo stile della famiglia borghese, che riservava alla donna esclusivamente lo spazio privato dove era custode dell’ordine, della pace e della moralità. I periodici femminili diffondono l’immagine della donna portatrice di valori e di virtù, incarnando l’ideale dell’angelo del focolare: obbligatori la modestia del gesto, la prudenza del comportamento, lo sguardo dolce e timido, a complemento di un tipo di bellezza che esaltava i segnali infantili, suscitatori di protezione e inibitori di violenza: l’ovale del volto racchiudeva guance piene, occhi grandi, bocca a cuore, mentre le linee del corpo tondeggianti, a clessidra, simboleggiavano fragilità, dolcezza e arrendevolezza.
La sensualità era rigorosamente controllata: l’abito, chiuso attorno al collo (le scollature vennero accettate solo negli abiti da sera), aveva maniche lunghe e spalle cadenti; gonne lunghe e strati di biancheria – camicia, busto, copribusto, sottogonne, mutandoni – nascondevano il corpo. Il busto era una corazza di tela irrigidita da stecche di balena, che doveva assicurare il vitino di vespa anche a prezzo di dolori e svenimenti. Era portato obbligatoriamente fin dall’infanzia, in quanto era opinione comune che esso dovesse correggere i difetti del portamento e sostenere la ‘naturale’ debolezza della spina dorsale femminile.

D’altra parte l’Ottocento è anche l’età d’oro delle cocottes, le cortigiane francesi famose e celebrate, come la Dame aux camélias, Alphonsine Marie Duplessis, che dettarono moda, proponendo un nuovo ideale estetico più provocante e appariscente, sostenuto dall’avvento sulla scena letteraria della figura della Femme fatale. Il vestito femminile si trasformò nelle sue linee: la sottana, che all’inizio del secolo XIX mostrava la caviglia, per poi allungarsi fino ai piedi nel 1840 e allargarsi sempre più con la cupola della crinolina, si prolungò addirittura con lo strascico dopo il 1870; ritornò infine sul volgere del secolo a una lunghezza moderata e a una sagoma a campana. Il punto vita, alto fino al 1822, si abbassò alla sua posizione naturale e scese a punta sul davanti.
Influenzato anche dal succedersi dei movimenti culturali, il costume femminile trovò ispirazione in fogge che guardavano al passato e alla storia: con l’avvento del romanticismo gli abiti si coprirono di pizzi e balze; ci si ispirò alla storia, al gotico e al Rinascimento, e soprattutto alle eroine del melodramma. Con l’avanzare del secolo il gusto si spostò verso lo stile rococò, molto amato dall’imperatrice Eugenia. Attorno al 1870 trionfò l’eclettismo e si moltiplicano passamanerie e applicazioni; a fine secolo si ritornò a una linea che si ispirava alle corolle dei fiori e alla sinuosità serpentina, mentre trionfava l’Art Nouveau.

Ancora: ogni occasione comportava, nei manuali di galateo, una veste appropriata per la signora elegante, sempre adeguata al ruolo mondano da interpretare: abiti da casa, da viaggio, da passeggio, da carrozza, da visita, da ballo, da lutto, da mezzo lutto, e – novità – abiti da sport.
Lo sport si era fatto largo dopo la metà nel secolo, e richiese indumenti appropriati per ambo i sessi: il costume da bagno era, in particolare per la donna, un compromesso tra il bisogno di avere un indumento con cui muoversi adeguatamente in acqua e l’imperativo morale di nascondere quanta più epidermide possibile.
Nell’equitazione, il completo da amazzone comportava una lunga gonna a strascico, che doveva scendere a coprire le gambe quando la donna cavalcav, scomodamente seduta di fianco sulla sella.
Il secolo doveva però scoprire altri sport, come il golf, il tennis e la bicicletta: dopo il 1890 comparirono gli abiti per le cicliste, tentando anche un precoce ripudio della sottana, facendo ricorso a calzoni alla zuava che coprivano le gambe fino al ginocchio, avendo a volte quale unico compromesso una corta tunica per nascondere parte dei fianchi.

Tra il 1890 e il 1910 si ebbe una vera e propria riforma della moda. Le maniche si allargarono all’attaccatura delle spalle per poi stringersi lungo la lunghezza del braccio, sostituendo l’effetto ‘prosciutto’ con quello a ‘palloncino’, e mostrando maggiormente la linea retta delle braccia; scompare il ‘sellino’, ossia il cuscinetto imbottito fissato sotto le gonne negli abiti femminili per rialzarne il drappeggio. Intorno al 1895, poi, apparve un nuovo tipo di busto che spingeva il seno della donna verso l’alto, schiacciando il ventre, per accentuare l’esilità della figura e la sinuosità serpentina del portamento. Le vesti furono dotate di colli foderati e le sottogonne alleggerite dai merletti.
Pochi anni prima, inoltre, aveva fatto la sua la comparsa un capo destinato a durare fino ai giorni nostri: il tailleur, che prende il nome dal termine usato in francese per indicare il sarto da uomo: composto da giacca e gonna, era un completo femminile inventato dall’inglese Redfern come derivazione dell’abito maschile, su committenza della principessa del Galles. Solo dalla fine del XIX secolo il capo di vestiario passò da indumento riservato a occasioni informali (da indossare essenzialmente al mattino) a modello della vita attiva con una forte connotazione di libertà (anche nei movimenti), quasi a segnare i progressi dell’emancipazione femminile. Comparvero camicette lavorate con passamanerie, merletti e bottoni; corsetti molto meno attillati e gonne lunghe.
I veri trionfatori della moda furono, però, a fine Ottocento, i grandi cappelli piumati che adornavano ed aggraziavano i capi, lanciando, ancora una volta un segnale di elevata appartenenza sociale: solo colei che indossava il cappello poteva qualificarsi ed essere trattata come ‘signora’. Per quanto riguarda le acconciature, i capelli, in questo periodo, vengono cotonati e trattenuti sopra la testa, in un ampio e morbido chignon. A differenza del passato, tutti i capelli vengono raccolti all’indietro, e nessuna ciocca è lasciata libera dall’acconciatura. Le forcine scompaiono nella pettinatura, che conferisce alla donna un aspetto elegante e ordinato.
Ma nel frattempo le donne, spossate dai nuovi busti che le costringevano in posizioni scomode e dolorose, iniziarono la loro battaglia contro la moda imperante. I tempi erano maturi per il passo decisivo e l’esigenza fu raccolta dal sarto parigino più in vista e scandaloso, Paul Poiret: stanco dei colori pallidi e della linea a clessidra dello stile ottocentesco, attorno al 1910 inventò una donna priva di busto che indossava abiti a vita alta e dai colori vivaci. In contemporanea con quest’innovazione, le gonne si strinsero in fondo, raccogliendosi intorno ai piedi, e conferendo un aspetto slanciato alla figura femminile dal petto prominente.

Già agli inizi del secolo XX la nuova donna, che doveva misurarsi negli impieghi, nell’insegnamento e nelle diverse professioni, aveva esigenze di praticità e di un abbigliamento consono ad una vita più dinamica e talvolta anche priva di etichette. A Vienna l’architetto Adolf Loos, uno dei fondatori del Razionalismo europeo, nel 1898 scrive che la moda esprime l’emancipazione: nel 1908 pubblica Ornament und Verbrechen (Ornamento e Delitto), un testo provocatorio in cui sottolinea l’utilità sociale della produzione di oggetti dalle linee essenziali e di forma semplice.
Anche i Futuristi si occupano dell’abito e l’artista francese Sonia Delaunay (1885-1979) che, con il marito Robert Delaunay e altri, fondò il movimento artistico dell’orfismo, noto per il suo uso di colori forti e geometrici, si applicò al disegno di tessuti per abiti coloratissimi e dai motivi astratti.
Nel 1914 scoppiò la Prima Guerra mondiale. Pur tra mille difficoltà Parigi volle mantenere il suo ruolo di arbitra dell’eleganza e i grandicouturiers continuarono la loro attività, nonostante la mancanza di materie prime che dovevano essere, di necessità, mandate al fronte. Forse anche per risparmiare tessuto, le gonne si accorciarono al polpaccio, mentre si affermarono linee militaresche, appena mitigate dalla cosiddetta crinolina di guerra, una gonna imbottita di tulle.
Ma il mondo era definitivamente cambiato, e la donna pure.

Link del testo:
Mostra ben curata visitata personalmente:
M.I N.49-1885@simonarinaldi
N.49 DICEMBRE 1885

CELEBRAZIONE DEL PANE – Opera Italiana Pro Oriente 1928


CELEBRAZIONE DEL PANE – Opera Italiana Pro Oriente 1928

Libercoli, Temi Premiati a tematica
Collezione personale
Acquisto di giornata, Opera Italiana Pro Oriente
Temi Premiati per il Concorso Nazionale Celebrazione del Pane
1928

Edizione originale e d’epoca,
opera impressa in epoca fascista, e contrassegnata da un motto di Mussolini su come amare il pane (motto citato sia in copertina che sul frontespizio), con all’interno la
RELAZIONE DELLA COMMISSIONE GIUDICATRICE

e i vari temi premiati, temi di studenti di varie scuole italiane tra cui

Tadini (Brescia), Salvini (Roma), Pazzaglia (Bologna), Caruso (Trieste), Lagonigro (Campobasso), Bobbio (Roma), Pratesi (Firenze), Cornacchia (Ravenna), Astorino (Catanzaro), Calderini (Milano);

ma ottennero anche “menzione onorevole” gli studenti

Bruni (Roma), Prato (Mondovì), Cobianchi (Fiume), Demma (Salerno), Cocito (Cuneo), Teodori (Firenze), Lambranzi (Verona), Calleri (Torino), Bottau (Bologna), Vigna (Torino), Marziali (Assisi), Mura (Cagliari).

BELLA CORNICE ARTISTICA E ALLEGORICA, CON INSERITI I SIMBOLI DEL FASCIO, AD ILLUSTRAZIONE DELLA COPERTINA, A FIRMA DELL’ARTISTA
CISARI
Della stessa Opera Nazionale il manifesto sotto, acquistato tempo fa:

CollagePoesiadelPane

Collezione Personale

Bibliografia:

La battaglia del grano : depressione economica e politica cerealicola fascista, di Luciano Segre – CLESAV, Milano 1984
Il Fascismo rurale. Arrigo Serpieri e la bonifica integrale, di Fabrizio Marasti – Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2001
La Battaglia del grano: costi e ricavi, di Pier Luigi Profumieri – “Rivista di storia dell’agricoltura”, giugno 1971, n. 2.



Sulla Battaglia del grano
vedi documentari e immagini al seguente link:
http://www.archivioluce.com/archivio/
Altri link:
http://digilander.libero.it/trombealvento/vari/grano.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_grano

Sito di Antiquariato con valutazioni:
http://www.cosevecchie.com/mussolini7.htm
http://www.scaffaleantico.com/futurismo.htm

Riviste Umoristiche – L’assiette au beurre n° 96 Les Cabotines par Camara


DO.CP
Anno: 1903
Luogo di edizione: Paris
Argomento: Editoria Riviste
Formato: in 4to
Legatura: Fascicolo
Note: Buono stato di conservazione.La più importante rivista di satira politica mai apparsa […] un capolavoro, in cui centinaia di caratteristi si scatenarono in una satira politica che non ha precedenti e che sarà molto imitata anche all’estero e che purtroppo è diventata rara a trovarsi, in copertina caricatura di Laurent Tailhade di Sarah Bernhard.

Sugli illustratori e le caricature femminili:

La satira come arma e come segno
La donna, alla fine del secolo XIX, era ancora nella condizione di una creatura che, ritenuta per costituzione (più che per motivi economici) non in grado di autonomia e indipendenza, era da tenere sotto costante tutela/protezione, e dunque rimaneva priva di certi diritti che invece tutti gli appartenenti al sesso maschile avevano ottenuto già da tempo. Soltanto le appartenenti alle famiglie più facoltose potevano permettersi di sfidare le rigidissime convenzioni sociali esistenti.

La nuova realtà sociale prodotta dall’industrializzazione comincia però a cambiare la condizione di molte donne.
E, se nella classe operaia la manodopera femminile era sottopagata e sfruttata ancora più di quella maschile, alla donna di qualsiasi ceto restava completamente preclusa la vita politica, compreso l’emblematico diritto di voto.

Presto, tuttavia, le donne cominciarono a reagire. La lotta, partita soprattutto dalla giovane nazione americana e dall’Inghilterra, con il movimento delle ‘suffragette’ (nomignolo dispregiativo, usato dagli uomini di tutti i partiti e di tutti i ceti sociali per deridere la pretesa delle donne al suffragio), incontrò una resistenza accanita da parte di politici, intellettuali, operai, mariti, figli e padri, che pure, talvolta, condividevano i principi di giustizia sociale. Le reazioni del ‘pubblico’ maschile furono quasi sempre improntate all’ironia.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, l’umorismo infatti prendeva come bersaglio la donna raffigurata nei suoi vezzi e nelle sue frivolezze, dall’atteggiamento all’abito, in una parola le sue debolezze vere o presunte: nel momento in cui si deve prendere atto della novità di donne che escono dalle mura domestiche, lavorano, fanno sport, guidano l’automobile, partecipano sia pure con grandi difficoltà alle trasformazioni tecnologiche e sociali della civiltà occidentale, la reazione non si fa attendere e, ai tipi dell”ochetta’ scervellata e fatua, della matrona dispotica e snob, della sensuale interessata e arrampicatrice, si affianca ad esempio quello della ‘cavallona’ androgina e priva di grazia.

Vedi link:

Bambini in Culla – La Lettura Gennaio 1905


Pappatoi

Inerme e debole come un uccellino, il bambino appena venuto alle luce si rannicchia tutto nelle protettrici braccia materne. Ed il cuore della madre riversa la sua esuberante tenerezza sull’amata creaturina; ella vorrebbe difenderla contro ogni pericolo, allontanare da lei con le assidue cure tutti i possibili mali per vederla crescere alla salute ed alla letizia, sotto il caldo raggio dell’amor suo.
Senonchè troppo spesso questo stesso amore è destinato a diventare lo scoglio contro il quale si infrangeranno il benessere, l’avvenire, forse la vita del piccolo essere incosciente.
Da un lato, infatti, si suole eccedere nelle cure, indebolendo l’infante e rendendolo così preda doppiamente facile dei nemici che da ogni parte lo minacciano; dall’altra l’inesperienza e l’ignoranza, specie nelle giovani mamme, rappresentano ancora una parte troppo preponderante e funesta nel primo stadio dell’allevamento umano.
Certo anche le madri dei secoli scorsi erano animate dalle migliori intenzioni ed avevano esclusivamente ed ardentemente di mira il bene delle creaturine loro;eppure ciò non le tratteneva dal tormentarle in mille guise, nell’assoluto accecamento di chi ignora le più elementari leggi dell’igiene ed i bisogni di un corpo in formazione.
Non occorre rimontare a tempi remoti per trovarci di fronte al predominio delle fasce, le quali stringevano spietatamente le tenere membra, privandole di qualsiasi libertà di movimento. ..

..Per fortuna, anche in questo argomento, come in parecchi altri, i tempi nuovi anno recato mutamenti radicali. Nondimeno molti, troppi, sono rimasti refrattari al benefico influsso, e non solo nei paesi barbari, ma anche presso i popoli più avanzati, succedono talora certe anomalie nel dominio dell’allevamento infantile, atte a far fremere d’orrore ogni persona ragionevole.
Per esempio, in talune provincie di Francia, regna tuttavia l’antica e crudele costumanza di assicurare la testa del neonato ad un cuscino ben duro, o peggio ancora, ad un asse, per ottenere la nuca piatta; ciò che agli occhi di quelli ingenui contadini forma l’ideale della bellezza. Nella Fiandra le madri avvolgono strettamente il capo dei loro rampolli in pannolini e bende per “tenere indietro le tempie”. In altre regioni si fanno portare alle bambine delle attillate cuffiette da bambola, legandole in guisa da tener fortemente compresse le orecchie e la pelle della fronte, ove si forma un vero e profondo solco; oppure, come avviene in certe provincie tedesche, si assicura sul cranio del neonato un pezzo di cartone acciò la parte superiore di esso riesca piatta e larga.
E’ Facile indovinare le conseguenze di un tal genere di pratiche: la debolezza di mento e lo stesso idiotismo completo, spesso non anno altre origini, e nelle sezioni infantili dei manicomi se ne incontrano numerose e non dubbie prove.

… i sacchi ed i sostegni di tela coi quali le contadine francesi del dipartimento dell’Ardiége solevano sospendere i bambini alla parete od al tetto della stanza, in posizione verticale, ,mentre esse uscivano nei campi pel consueto lavoro.


…Ma, d’altra parte, è lecito gridar la croce contro le madri che infliggono alla propria prole simili tormenti? No di certo, poichè le poverette credono in buona fede di agire pel meglio e veramente non sanno quello che si fanno.
Spetta invece alla gente colta e civile, familiare con le leggi della fisiologia e coi bisogni reali della vita, aprire gli occhi a quelle disgraziate inconsciamente crudeli, e non risparmiar fatiche nè premure, finchè anche nelle loro menti rozze non penetri il concetto di ciò che è utile e di ciò che è dannoso ad una esistenza sull’inizio, finchè i pregiudizi e le idee errate non abbiano creduto alla voce della ragione ed il fanciullo inerme non possa svilupparsi sanamente, liberamente fino ad un’utile e laboriosa virilità, anzichè correre il rischio di subire per lunghi anni, forse per tutta la vita, le tristi conseguenze dell’ignoranza materna.

(Da Fur Alle Well)

Trascrivo, estrapolandone fedelmente, alcuni stralci, di un articolo pubblicato sulla rivista La Lettura N.V Gennaio 1905, sui Bambini in Culla. Le immagini sono tratte dalla stessa pubblicazione.
Memoria storica di estremo valore per contenuto ed immagini.

dall’articolo, la pagina