LA LETTURA 1901 – 1° ANNO
NOTTE INSONNE
I.
Io mi sento guardato da le stelle
e questa notte non posso dormire.
Mi par che qualche cosa esse, sorelle
maggiori, a questa Terra voglian dire
O sorgive di luci, la parola,
la parola tremenda del mistero
ditela a una vegliante anima sola
perduta in mezzo al vostro cielo nero.
II.
So che avrei di ciò ch’è in terra solo
occupar la mia mente e i desir miei;
ma tu più forte d’ogni intento sei,
ciel che l’anima mia rapisci a volo.
Tutte le fonti della vita insieme
non avran mai potere di saziare
l’ardentissima sete, e sempre amare
avrò le labbra e vigile la speme,
ben che ognora delusa. O di basalto
funebre cielo, invano ti martella
il mio pensiero; invano si ribella
in terra, invano si rifugia in alto.
E l’antica paura, è l’appassito
istinto della fede, e questa nuova
smania, alla quale nessun tetto giova,
che mi spinge a cercar nell’infinito?
Io di qua giù, di questa terra breve,
di cui ben sento la viltà dinnanti
a te, che cerco? – Un suon di chiari canti
dal buio vien della vicina pieve.
Si prega lì, si prega per la vita
e per la morte: ardon votivi ceri
su un altar ben parato e gl’incensieri
fuman sotto un’immagine scolpita.
A chi menti la vita, a chi la terra
non concessa una sola primavera,
a chi riposo non recò la sera,
ma il tempo, senza tregua, o insidie o guerra,
tu solamente, o ignoto ciel, rimani;
e a te su i sassi della terra infida
ogni dolore s’inginocchia e grida:
lacriman gli occhi e treman le mani.
III.
Alla porta del sogno in cui, riparo
a gli amor miei cercando, mi son chiuso,
siccome in un castello aurato e chiaro
qual le fate inalzarne avevano in uso,
batton le cure pallide, impedite
le membra da un intrico di catene
“Il mondo ti reclama: apri. L’immite
ora ti vieta un solitario bene..;
batton, pregando esaudimento, i brevi
desideri, e tentandomi: E’ qua giù
la tua radice: se per lei non bevi,
cadrà la cima ove t’annidi tu,,;
e batton i bisogni, delle cure
ancor più schiavi: “Apri: sfuggir non puoi
al comun fato. Giù, folle, tu pure,
la tua catena a trascinar fra noi,,.
IV.
Le leggi a un palmo qui dal fango stanno:
corde livellatrici, a cui chi striscia
sfugge sotto e da cui chi non è biscia
ha d’inutili ceppi iroso affanno.
E neppur un capel torcono ai nani.
Il nano passa lieto: dalla rete
nelle sue voglie sobrie, discrete,
si tien protetto e si frega le mani.
Or se con strappo di possente pieae
non ti sgombri il cammino alla più lesta,
o tu ti pieghi o mozza avrai la testa:
altrimenti qua giù non si procede.
Non tollerano ponti solo i mari;
su l’alpe eccelsa non s’erigon case,
o dalle nevi seppellite o rase
sono dalle tempeste aquilonari.
V.
L’anima or segue nella notte il fiume
che dal grembo di Roma già silente,
siccome enorme placido serpente,
svolgesi dalla Luna al freddo lume.
Chiama da lungi con assidua voce
il tenebroso palpitante mare;
l’anima pensa al vano suo passare,
s’affretta il fiume alla solvente foce.
LUIGI PIRANDELLO
