Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio.
I grandi ponti di pietra, grigi ed erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati nei loro angoli acuminati, testimoni delle epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva in modo differente: nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l’erba sottile e gli uccelli fanno il nido. I sottili ponti di ferro, tesi come filo da una sponda all’altra, che vibrano ed echeggiano con ogni treno che li percorre…
In un #Italia, dove i cittadini rimangono ancora #plebe, tutti fanno a pugni per stare nella corte del #re. Le formule sono sempre legate alla gratuità e questa plebe osannante, sta dietro al leader riconosciuto tale, antipatico per antonomasia. E pensa di avere bisogno di questa sudditanza, nella quale l’unica certezza è la condizione di schiavitù. Malìa. Disincanto.
Durand “l’uomo moderno è rigorosamente sottomesso al culto dell’oggettivazione, e per questo ha relegato la fantasia ad un contesto ludico ben controllato dalla vigilanza della coscienza”
Ma dov’è andato a rifugiarsi l’immaginario degli individui?
Molto probabilmente la loro origine si deve all’uso di applicare sul lembo della lettera un’etichetta chiudilettera, sistema che alla metà dell’800 cominciò a sostituire i sigilli di ceralacca.
Ma il termine “bollo chiudilettera” appare limitativo nel descrivere un oggetto che per quasi 100 anni è stato un importante veicolo di storia, cultura, arte e tradizioni in tutti i Paesi del Mondo. Non è un caso che il termine “erinnofilia” derivi dal tedesco “Erinne (rungsmarke)” che significa “ricordo (francobollo)”.[1] Quello di ricordare è stata infatti la vocazione principale dei “bolli chiudilettera”: commemorare un evento passato, annunciare un evento futuro, o anche ricordare come propaganda.
Sotto questo profilo i “bolli chiudilettera” piuttosto che i francobolli o le cartoline postali, sono assimilabili ai manifesti (significativamente gli anglosassoni li chiamano “poster stamps” letteralmente “francobolli manifesto”) e come questi dovevano avere la capacità di catturare subito l’attenzione anche con un’occhiata fuggevole e distratta.
Per questo motivo i “bolli chiudilettera” hanno sviluppato un elevato livello di raffinatezza e di essenzialità grafica che ha anticipato fin dai primi anni del ‘900 i concetti moderni di pubblicità.
A seconda delle diverse finalità per cui venivano prodotti, i “bolli chiudilettera” possono essere divisi in categorie:
Bolli commemorativi realizzati con lo scopo di pubblicizzare o ricordare un avvenimento
Scorrendo le pagine del “Catalogo degli Erinnofili Italiani dal 1860 al 1945” se ne possono apprezzare i tanti motivi di interesse di questo particolare tipo di collezionismo a partire da quello storico legato alle vicende del risorgimento italiano, della prima e della seconda guerra mondiale e del fascismo, per continuare con l’interesse artistico con tutti i più importanti autori del panorama grafico italiano dall’Art Nouveau al Futurismo, per finire con gli aspetti economici e sociali con riferimento a centinaia di fiere ed eventi che coprono tutto il territorio italiano da Merano a Palermo.
La popolarità della cartolina, inventata da H. Hermann nel 1869 è andata continuamente aumentando dal 1894. La cartolina fu introdotta per la prima volta in Austria nel 1868 e già nel 1900 era già molto diffusa.
Cartoline fotografiche presensibilizzate furono prodotte dall’industria fotografica in svariati processi, anche se la collotipia è stato il processo per eccellenza per la produzione fotomeccanica di cartoline.
Procedimento all’albumina
Utilizzato prevalentemente per la preparazione di lastre fotografiche negative su vetro.
Il procedimento, dovuto a Abel Niépce de Saint-Victor nel 1848, basa le sue caratteristiche su alcune proprietà dell’albumina, una sostanza proteica costituente fondamentale delle cellule e di altri tessuti vegetali. Per l’utilizzazione in fotografia viene estratta dal bianco d’uovo. Usata dapprima come mezzo per il mantenimento dei sali d’argento nella fabbricazione di negativi su lastra di vetro e poi nella fabbricazione di carta albuminata, secondo la tecnica inventata da Louis Desiré Blanquart-Evrard nel 1850.
Si ricopriva la carta con bianco d’uovo nel quale erano sciolti bromuro di potassio e acido acetico. Una volta asciutta la carta veniva agitata leggermente sulla superficie di una soluzione di nitrato d’argento, poi di nuovo asciugata. La carta sensibilizzata era messa a contatto con il negativo in un telaio di vetro, ed esposta alla luce del sole per diversi minuti, talvolta anche per ore, finché appariva un’immagine. Poi la stampa veniva messa in una soluzione di cloruro d’oro che le dava una sfumatura di un marrone intenso, fissata in iposolfito di sodio, lavata completamente e asciugata.